REVIEW PARTY, Romanzo storico

“Il ponte dei delitti di Venezia” di Matteo Strukul – Review Party

Venezia. Un funzionario della Serenissima viene ritrovato brutalmente assassinato sul Ponte delle Guglie; due strane ferite sul collo sono il primo macabro dettaglio che salta all’occhio. Il secondo dettaglio che non passa inosservato è il pugnale conficcato nel petto della vittima. Tiene fermo un foglio. Sulla carta, solo un nome: Canaletto. Il più grande pittore di Venezia, Giovanni Antonio Canal, viene trascinato nel mistero direttamente dall’assassino e la mente di tutti vola ai delitti di quattro anni prima. Riuscirà Canaletto, aiutato dagli amici Joseph Smith e Owen McSwiney, a scoprire chi si cela dietro alla mano insanguinata e a salvare Venezia?

Inizia così il nuovo romanzo di Matteo Strukul, “Il ponte dei delitti di Venezia”, edito da Newton Compton Editori. Questo nuovo lavoro, che vede ancora protagonista il celebre Canaletto nei panni di investigatore per la Serenissima, è il seguito de “Il cimitero di Venezia”, pertanto il consiglio è di leggerli in successione.

Nell’umidità soffocante della laguna estiva, in una Venezia al tramonto della sua potenza, sulla Riva degli Schiavoni, a due passi da Piazza San Marco, Canaletto torna, così, nei panni di un improvvisato investigatore, assolutamente credibile e fallibile, anche se ora un po’ più esperto rispetto al primo capitolo della saga e, tra opere d’arte, edifici storici, postriboli, scuole e locande, prende vita una frenetica caccia all’uomo. Miscelando medicina e leggenda, Matteo Strukul ha dato vita a un intreccio oltremodo intrigante, che tiene con il fiato sospeso fino all’ultima parola. Una vicenda nera che, tra suspense, mistero e un pizzico di paura, conduce il lettore fin nell’abisso del male, rievocando una delle sue incarnazioni più iconiche, senza mai dimenticare quali sono, però, i veri motivi che spingono le azioni degli uomini. Lo stile fluido rende la narrazione piacevolmente scorrevole, mentre il ritmo incalzante crea un’ottima dose di suspense che tiene incollati alle pagine.

Ma quest’opera non è solo un thriller storico avvincente. È anche un interessante viaggio alla scoperta delle radici e della cultura della Dalmazia (una regione dei Balcani che rimase appartenente a Venezia fino alla caduta della Repubblica), anche attraverso le grandi guerre di Candia e Morea.

Il ponte dei delitti di Venezia” è il libro perfetto per chi cerca il giusto equilibrio tra suspense, Storia e mistero. Una lettura da cinque stelle!

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recensione, Romanzo storico

“Omicidio nel ghetto. Venezia 1616” di Raffaella Podreider

Aveva appena smesso di piovere, in quel tardo pomeriggio nella Venezia del 1616, quando sior Contarini e sior Vanin entravano nel ghetto ebraico. Già, i due uomini d’affari veneziani si recavano al Banco Rosso, proprio poco prima dello Shabbat. Cosa volessero due cristiani nel ghetto ebraico è ben intuibile. Denaro. Dovevano parlare con il vecchio Avraham Hirsh, che teneva uno dei banchi di pegno del ghetto. Con lui, i due nobili avevano grossi debiti aperti. Ma proprio quando il vecchio apriva la porta ai due, sior Vanin cadeva morto in una pozza di sangue. E la colpa non poteva che cadere sull’ebreo. Quando, sul posto, arrivava l’avogador Zante Venier, Signore della Notte al Criminal, il nobile Contarini è certo che sia stato l’ebreo a uccidere il suo socio. Ma è stato davvero Avraham Hirsh? Oppure c’era qualcun altro che voleva morto Vanin? Il compito di scoprire come sono andate le cose viene affidato a Beniamino, il figlio dell’accusato, il quale chiede aiuto a Sebastiano, il giovane orfano Vanin. In una corsa contro il tempo per salvare il padre dalla morte, Ben e Sebastiano, tenteranno il tutto per tutto.

Così inizia il romanzo storico di Raffella Podreider, “Omicidio nel ghetto”, edito da Il Ciliegio Edizioni.

Sullo sfondo della Venezia di inizio Seicento, si svolge la trama di questo giallo storico, molto ben scritto, grazie a una prosa chiara e semplice, ma d’effetto. Oltre all’intrigo investigativo, ciò che si apprezza maggiormente sono due aspetti. Da una parte, l’ottima e immersiva ricostruzione dell’ambientazione, che ci permette di ammirare l’affascinante città lagunare nel periodo barocco. Dall’altra, l’interessante racconto della cultura e della religione ebraica, il quale è coadiuvato da utilissime e molto apprezzate note che permettono al lettore di meglio comprendere gli aspetti dell’ebraismo, senza dover interrompere la lettura.

La trama si sviluppa su una doppia linea temporale. Nel 1616 si svolgono i fatti del presente della storia, mentre nel 1611 si ripercorrono gli studi dell’avogador Zante Venier, attraverso il quale il lettore può addentrarsi nella religione ebraica. Ed è proprio grazie a Venier che l’autrice riesce a mostrare come, anche in epoche difficili e cariche di paure e pregiudizi, sia possibile l’integrazione e il superamento dei preconcetti, attraverso la conoscenza e l’empatia.

È molto interessante vedere come i due giovani improvvisati investigatori riescano a mettere da parte ostilità e pregiudizi per la ricerca del vero colpevole; come riescano a capire che proprio mettendo in discussione le proprie certezze, sia possibile giungere alla verità. Come loro due, anche tutti gli altri personaggi sono ben caratterizzati e l’autrice è riuscita a mettere in risalto le loro emozioni e sensazioni, che il lettore non ha difficoltà a percepire.

Omicidio nel ghetto. Venezia 1616” è un romanzo appassionante, consigliato a tutti coloro che amano la storia della Serenissima e a coloro che vogliono conoscere o approfondire l’argomento dell’ebraismo.

Segnalazione prossima uscita

#inarrivo. “All’ombra di San Marco” di Malvina Morano

Vi segnalo l’uscita del nuovo libro di Malvina Morano, “All’ombra di San Marco“. Si tratta di una raccolta di quattro racconti ambientati nella splendida cornice della Venezia settecentesca e sarà disponibile dal 16 giugno su Amazon.

Vi lascio la trama:

Venezia, 1780. Quando ruba un braccialetto a una ragazza, Leone non immagina che la sua vita cambierà per sempre. Costretto a fuggire per evitare l’arresto, si nasconde su una gondola e assiste a una misteriosa conversazione: due loschi individui stanno pianificando l’uccisione di un uomo importante. Accorgendosi della sua presenza, gli uomini lo prendono prigioniero per evitare che li denunci, e lo costringono a portare a termine il loro piano, sotto costanti minacce di morte. Con l’aiuto di Olimpia, figlia di uno dei suoi carcerieri, Leone cercherà di salvarsi e di sventare il complotto. Riuscirà nel suo intento? Una storia d’amore, avventure e intrighi nell’affascinante Venezia dei Dogi. Le vicende di Leone proseguono nel secondo racconto della raccolta, Intrigo imperiale, in cui nuovi pericoli turbano la serenità di Venezia: i principi di Russia giungono in visita non ufficiale, ma qualcuno vuole rendere il loro soggiorno un inferno. Complotto nella Laguna ruota invece intorno alla visita del Papa Pio VI, minacciata da una terribile congiura. L’Alba del cambiamento, infine, segue le avventure di Marco, figlio di Leone, alle prese con l’età napoleonica.

recensione

Una nuova indagine per Marco Leon: “Le ragioni dell’ombra” di Paolo Lanzotti

Venezia, 1753. A metà del XVIII secolo, la Serenissima non è più quella di Lepanto, non è più una delle grandi potenze d’Europa, ma galleggia cercando di mantenere un precario equilibrio di neutralità tra i potenti. La gloria del passato è svanita e il peso di questo piccolo stato europeo non conta quasi più nulla. È debole, Venezia. Fatica a barcamenarsi tra i colossi come Francia e Inghilterra e il suo equilibrio è sempre più precario. Ed è in questo contesto storico che Paolo Lanzotti incastona il suo nuovo giallo “Le ragioni dell’ombra”, edito da Tre60, architettando una nuova e serrata indagine dell’agente dell’Inquisizione Marco Leon. Abbiamo conosciuto il Leone di Venezia nel precedente romanzo “I guardiani della laguna”: Marco, agente segreto dell’Inquisizione, è il comandante degli Angeli Neri, quell’organo invisibile e silenzioso, di invenzione narrativa, che entra in gioco nei casi più spinosi per difendere la Repubblica. In questo secondo capitolo della saga a lui dedicata, lo troviamo all’indomani dello scioglimento degli Angeli Neri, per volontà del nuovo inquisitore Biagio Donà. Ma la Repubblica ha bisogno, per l’ultima volta, dei loro preziosissimi servigi. Alla vigilia dei festeggiamenti della Sensa, la sentita festa dell’Ascensione con il celebre rito dello Sposalizio del Mare, infatti, Venezia è scossa da una serie di omicidi che colpiscono il patriziato lagunare. È in atto un complotto internazionale? Una potenza europea cerca di minare l’instabile equilibrio della Serenissima colpendola al cuore? A queste e a molte altre domande dovrà rispondere proprio l’intrepido e arguto Marco Leon, insieme ai suoi fedeli Angeli, Lorenzo Viani e Gabriele Favia. Ne nasce, così, un’indagine avvincente e ricca di misteri che affondano nelle ombre della laguna, che si rivelerà, nel corso della lettura, una matassa sempre più fitta, impossibile da sbrogliare fino all’inaspettato epilogo.

Anche in questo capitolo, risulta magistrale la ricostruzione dell’ambientazione che catapulta il lettore nella Venezia del XVIII secolo con un grado di coinvolgimento pazzesco. “Gabriele Favia lasciò la riva e prese a camminare di buon passo alla luce della scarsa illuminazione pubblica e delle lanterne che ondeggiavano davanti alle locande come gigantesche lucciole nella nebbia. Venezia si preparava a consumare i riti della sera. I popolani stanchi si avviavano verso casa. Le donne si trattenevano nei campielli per l’ultimo pettegolezzo. Qualche noobilhomo incipriato si attardava nei caffè, mentre altri si accingevano a raggiungere la sala da gioco o il postribolo dove avrebbero trascorso la notte. All’alba sarebbero riemersi alla luce come fantasmi smunti e barcollanti.”  L’autore ci accompagna, così, nelle osterie al suono delle urla degli avventori, nei palazzi signorili dove le bocche sono cucite con il filo della fedeltà, nelle tipografie pronte a stampare le gazzette, nei ridotti dove il fruscio delle carte copre le risa delle dame. Grazie al bombardamento di suoni, voci, luci, odori e immagini, permette al lettore di percepire l’atmosfera calda e fumosa dei postriboli, l’odore della malvasia e del cognac, l’umidità dell’aria della laguna, donando la sensazione di muoversi sul palcoscenico della città di metà secolo. Si possono sentire i bisbigli nelle calli illuminate dalle lanterne, l’eco dei passi nelle fondamenta; si percepisce l’umidità della nebbia notturna sugli imbarcaderi del Canal Grande, si vedono le occhiate furtive delle comari alle finestre dei palazzi. Lo stile dell’autore è, infatti, notevolmente immersivo, perfetto per quanti vogliano trasportarsi in un passato unico e ineguagliabile.

La trama è avvincente e appassionante, ricca di colpi di scena e stravolgimenti che non permettono al lettore di trarre le conclusioni fino all’ultima pagina. Tra intrighi, vendette, interrogatori, pedinamenti, sparizioni e riferte, l’autore ci conduce verso la soluzione dell’indagine senza far mai trapelare indizi decisivi. Con una narrazione fluida, che alterna dialoghi incalzanti a descrizione suggestive, Paolo Lanzotti ci regala una trama in cui la suspense del giallo si amalgama al fascino di un’ambientazione storica ricreata con cura e precisione.

Se amate la Venezia libertina, sfacciata e a tratti immorale del Maggior Consiglio e del Consiglio dei Dieci, se volete sentire i passi dei Signori della Notte e le voci striscianti nel Palazzo Ducale, questo romanzo è quello che fa per voi. Perché leggere “Le ragioni dell’ombra” è come passeggiare tra le calli insieme al codega che rischiara il cammino, mentre ci sussurra la nuova missione del coraggioso e astuto Leone di Venezia!

recensione

I guardiani della laguna

Quella degli Angeli Neri era una missione. Venezia moriva, ma poteva risorgere. E se ciò fosse accaduto, parte del merito sarebbe stato dei suoi invisibili custodi. Era questo che il Leone aveva insegnato a tutti loro”.

Venezia, 1753. Durante il Carnevale, due persone vengono uccise nel teatro Sant’Angelo. Marco Leon, braccio destro dell’Inquisizione, viene incaricato di indagare sul duplice omicidio. Ma quella che appare come l’indagine su un omicidio ordinario si trasforma in un intrigo internazionale. 

Questa è la trama de “I guardiani della Laguna” di Paolo Lanzotti, edito dalla casa editrice Tre60.

Lo sfondo è quello della Venezia di metà Settecento, ormai lontana dai fasti dell’apice e vicina al suo epilogo. Quella in cui i teatri e i caffè erano meta preferita di ogni cittadino, nobile, borghese o popolano; la Venezia “libertina” in cui la dedizione al piacere superava l’ottemperanza del dovere; la città in cui il sospetto regnava sovrano e nessun veneziano poteva mai dirsi al sicuro. Mancano poco più di quarant’anni al momento in cui la Serenissima Repubblica di Venezia vedrà calare il sipario sulla sua lunga vita per mano di Napoleone e, in questa metà del secolo, vede già il suo lento ma inesorabile declino.

Una Venezia che, in questo romanzo, viene dipinta con straordinaria intensità e realismo. L’ambientazione, infatti, è ricostruita con cura, permettendo di respirare l’atmosfera della Venezia di quel periodo, in uno dei suoi momenti emblematici come il Carnevale; una caratteristica che denota la grande conoscenza della Storia di Venezia da parte dell’autore. “I guardiani della laguna” ci dona uno spaccato della società del tempo, mettendone in evidenza peccati e virtù; ci porta nei salotti e nei teatri, passando per postriboli e locande, sale da gioco e caffè, presentandoci le figure più illustri, tra il tintinnare di bicchieri e il fruscio dei ventagli e delle gonne; ci permette di origliare le conversazioni di dame e signori, che mascherati sfilano sfrontati davanti ai nostri occhi.

Un romanzo totalmente immersivo, soprattutto grazie ad una particolare articolazione dell’ambientazione, nella quale sono inseriti voci e suoni che circondano i personaggi e che trascinano il lettore sul palcoscenico di questo romanzo, donando una panoramica a 360 gradi delle scene. Tra le sue pagine, pare di scorgere piazza San Marco in pieno Settecento, con i suoi caffè e le maschere che affollano la piazza nel pieno del Carnevale, sembra di sentire le urla dei giocatori nei ridotti. Il lettore riesce, con facilità, a immergersi completamente nella trama, tanto da diventarne invisibile protagonista. Questo romanzo rappresenta un vero e proprio giro per la Venezia di quell’epoca, una passeggiata nella quale la città è protagonista, dove ci si perde tra calli e campi, taverne e teatri, ridotti e sale del potere. Si ha l’impressione di camminare letteralmente per la città, con una lanterna in mano, nel buio della notte, incrociando il passo di dame, nobili, cicisbei, borghesi, prostitute, spie e confidenti, che affollavano strade e teatri in quella Venezia sulla via del tramonto. Inoltre, l’autore riesce a ricostruire il complesso meccanismo di vita e amministrazione della Serenissima; in particolar modo, attraverso il ruolo degli Angeli Neri che, pur essendo un’invenzione letteraria, permette al lettore di comprendere l’effettiva efficienza della rete di spie di Venezia.

La caratterizzazione dei personaggi è minuziosa, grazie ad ampie descrizioni. In particolare, risulta ben delineata la figura del protagonista, lo schivo Marco Leon, responsabile degli Angeli Neri (braccio segreto degli Inquisitori di Stato inventato dall’autore), dall’acume degno di Sherlock Holmes. Un uomo astuto, devoto alla Repubblica, un personaggio affascinante, caratterizzato dall’intelligenza acuta, l’animo tormentato e l’estrema dedizione al dovere.

La trama brillante, avvincente e appassionante, intrisa di Venezia, tra nobiltà, spionaggio internazionale, onore e giustizia, possiede tutti gli ingredienti per un giallo storico perfetto. Articolata in due indagini parallele, è un dosato intreccio di azione e riflessione che risulta particolarmente gradevole. L’autore, inoltre, è riuscito a coniugare la suspense e l’adrenalina del giallo con il fascino dell’ambientazione storica, tra interrogatori, inseguimenti in gondola, agguati, spie e informatori. 

La narrazione fluida, nella quale i dialoghi incalzanti si alternano a suggestive descrizioni, ne fa un romanzo che scorre piacevolmente, come un lungo sorso d’acqua. A tratti riflessiva, ma per lo più scattante, invita a procedere nella lettura senza particolare sforzo. Lo stile ricercato, ma mai pesante, utilizza tutti e cinque i sensi per trasportare il lettore all’interno della vicenda, facendo della lettura un’esperienza tridimensionale. “Sentendo il bisogno di riscaldarsi, raggiunse una taverna ed entrò. Lo accolsero il vociare degli avventori, il fuoco del caminetto e un odore intenso di tabacco, sudore e pesce alla brace. Si accostò al bancone e ordinò del vino caldo.“. 

I guardiani della laguna” è il romanzo perfetto per tutti gli appassionati della Serenissima, che l’autore riesce a far rivivere in modo strabiliante, attraverso ogni minimo e attento dettaglio. Una storia da leggere di notte, al lume d’una candela, per aumentarne il grado di suggestione; il libro ideale per chiunque voglia vivere e respirare Venezia! 

recensione, Romanzo storico

I Cavalieri di San Marco

“Ostacolate questa missione e dovrete vivere su una barca da pesca in Islanda, perché ve lo giuro su Dio Onnipotente avrete una galera battente bandiera Serenissima alla calcagna con i cannoni spianati ogni santo giorno che Dio vi vorrà concedere su questa terra”. 

Venezia, 1539. Giacomo Rinaldi, detto Zuan, e Marcantonio Barbaro, figlio di Pietro Barbaro, membro del Consiglio dei X, vengono incaricati dalla Serenissima di portare a termine una delicata missione in nome della Repubblica: salvare Venezia dal nemico turco, nella persona dell’ammiraglio Hajji Piri. La loro destinazione è Alessandria d’Egitto, ma ciò che minaccia la Regina dei Mari non sono le galere di Piri, ma un segreto custodito nelle pieghe del tempo; un segreto che riguarda quanto di più caro ha Venezia, la base sulla quale ha costruito il suo immenso impero. 

Questa è la trama de “I Cavalieri di San Marco”, scritto da Andrea Zanetti ed edito da Piazza Editore, terzo capitolo della trilogia “Sulle ali del Leone”, anche se temporalmente si colloca dopo il primo.  

Sullo sfondo della Venezia di metà Cinquecento in difficoltà, schiacciata tra le grandi potenze dell’Impero Ottomano a est e l’impero spagnolo tutt’intorno, si svolge la vicenda che vede protagonisti un personaggio di fantasia, il corsaro Giacomo Rinaldi (protagonista anche degli altri due capitoli della saga), ed uno storico, il diplomatico Marcantonio Barbaro, alla sua prima missione per conto della Serenissima. Il primo è un pirata di lunga carriera, marinaio esperto, il secondo è, invece, un ricco membro del patriziato veneziano, non avvezzo alla vita in mare. Due figure per alcuni versi agli opposti, ma indiscutibilmente complementari.

In questo romanzo, in cui eventi e personaggi storici sono magistralmente amalgamati a figure e accadimenti frutto della fantasia dell’autore, il lettore si perde tra corsari, spie, segreti e scontri all’ultimo sangue, in un misto di Storia e avventura che riesce a catturare l’attenzione dalla prima all’ultima riga. Un racconto che riesce a rimandare l’immagine della potenza di Venezia, nonostante sia collocata in un periodo nel quale l’importanza marittima e militare della città era già in declino. 

Grande qualità di questo romanzo è rappresentata dai dialoghi, dotati di una forza tale da elevare il grado di suggestione percepito dal lettore. Eccezionale la capacità descrittiva che riesce a far rivivere le scene e i luoghi davanti agli occhi del lettore. Inoltre, la narrazione è scandita da tempi precisi e studiati con cura, capaci di suscitare nel lettore le più svariate emozioni. 

La caratterizzazione dei personaggi è attenta e ben riuscita, quasi chirurgica, grazie all’utilizzo di descrizioni concise ma molto efficaci. Il contesto storico è ricreato con precisione, in modo da permettere al lettore di comprendere le dinamiche che fanno da sfondo alla trama, senza tuttavia appesantire il racconto. Inoltre, il ritmo serrato e incalzante aumenta il coinvolgimento del lettore, “costringendolo” a divorare le pagine. 

La narrazione fluida e coinvolgente, caratterizzata dall’utilizzo di un linguaggio che riesce a richiamare la meraviglia di Venezia, e la trama avventurosa e affascinante rendono “I Cavalieri di San Marco” un romanzo da leggere tutto d’un fiato, ricco di immagini ammalianti, in cui lasciar disperdere l’immaginazione.  

L’autore dimostra, ancora una volta, l’innegabile dote di grande romanziere che gli ha permesso di raccontare con maestria una trama avvincente e intrigante, nella quale è facile perdersi e lasciarsi stupire. Si intuisce, altresì, il grande lavoro di studio dall’autore relativo al mondo nautico nel quale è immerso il racconto e che viene descritto, con padronanza, in maniera dettagliata e precisa. 

I Cavalieri di San Marco” è un romanzo oltremodo appassionante ed evocativo di tempi e mondi lontani; un’avventura della quale non si vorrebbe mai vedere la fine. Un consiglio: leggetelo all’aperto, in una tiepida giornata di sole e tutto ciò che scorre tra le sue pagine vi sembrerà prendere vita intorno a voi. E allora sentirete le grida degli uomini ai remi sulle galere, il vociare della gente a Rialto, percepirete il freddo nelle membra quando sarete al cospetto del Consiglio dei X e l’affanno durante le corse per sfuggire ai turchi. Questa è la magia de “I cavalieri di San Marco”. 

PERSONAGGI STORICI

L’anima di un avventuriero: Giacomo Casanova

Tutto il mondo conosce Giacomo Casanova, l’avventuriero veneziano che ha segnato il secolo dei Lumi. Ognuno ricorda le sue numerose vicende amorose, la sua rocambolesca fuga dalle carceri dei Piombi, nel Palazzo Ducale di Venezia; il suo nome viene utilizzato per indicare gli uomini che sprigionano un incontestabile fascino sull’altro sesso, gli incredibili seduttori. 

Eppure possiamo dire di sapere davvero chi fosse Giacomo Casanova? Qual era realmente il suo spirito? 

Un ritratto molto interessante e intimo del celebre cittadino della Serenissima emerge dal racconto che ne fece Stefan Zweig, scrittore austriaco che visse a cavallo del ‘900, nel 1928 e che si può leggere in un’edizione del 2015 di Castelvecchi Editore. 

Casanova, nato nel 1725, visse settantatre anni, come uno spirito libero, cambiando Pesi, città, condizioni, mestieri e donne con una facilità sorprendente.

Nonostante provenisse da una famiglia borghese, fosse un uomo molto colto e sapesse destreggiare diverse arti, visse l’intera esistenza nei panni di avventuriero, non per bisogno di denaro o per scarsa voglia di lavorare, bensì per temperamento innato; amava bluffare, sbalordire e imbrogliare, viveva per i  giochi e i mascheramenti.  

Era (a suo dire) laureato in legge, parlava sei lingue, eccelleva in matematica e filosofia, suonava egregiamente il violino, conosceva la chimica, la medicina, la storia, la letteratura, nonché l’astrologia e l’alchimia; inoltre, brillava in tutte le arti di corte e negli esercizi fisici, danza, scherma, equitazione e gioco delle carte, proprio come un vero cavaliere. Tuttavia, esercitava questi talenti in modo parziale; Zweig lo definisce “tutto un pressappoco, poeta ma non del tutto, ladro ma non di professione”.  

Ma perché? Perché Casanova non voleva essere nulla, gli bastava sembrare tutto, perché le apparenze ingannano e imbrogliare fu la sua occupazione preferita. 

La faccia tosta colossale e il coraggio sfrontato da canaglia furono le caratteristiche che gli permisero di cavarsela in ogni situazione e di passare alla Storia. Di fronte a precise richieste di ogni corte europea come riformare un calendario o redigere il libretto per un’opera seppe dimostrarsi sempre all’altezza perché possedeva il talento per fare qualsiasi cosa senza rendersi ridicolo. 

Avrebbe potuto essere chiunque e fare tutto, ma ai suoi talenti preferì sempre e comunque la libertà; libertà di non sentirsi legato e di andare dove più gli piacesse. 

Infatti, non voleva avere né conservare nulla, perché il suo temperamento richiedeva di vivere cento vite in un’unica esistenza. A questo proposito Casanova diceva “il mio più grande tesoro è che io sono signore di me stesso e non temo la sfortuna”. E così visse l’intera esistenza: rischiando tutto se stesso e ogni probabilità e occasione. 

Tutto ciò gli fu possibile grazie alla mancanza di qualsiasi inibizione etica e morale. Zweig scrisse: “non ha radici in nessuna contrada, non è soggetto ad alcuna legge, altro non è che il soldato di ventura e il filibustiere della sua passione”. Non riconosceva alcuna patria, ma si riteneva cittadino del mondo; quanto alla religione, ne avrebbe scelta una qualsiasi purché gli procurasse anche un minimo vantaggio; odiava gli obblighi e i doveri. 

Non si difese, né si pentì mai di nulla, nonostante finì la sua vita in bancarotta e povertà. Mai pensò al futuro; per lui contava solo l’attimo, il presente e la sua personalità si trasformava a seconda delle circostanze: quando aveva le tasche piene era il cavaliere più nobile che vi fosse, affascinante, amabile e generoso, ma se la fortuna gli voltava le spalle diventava un baro, un falsario ed era capace di commettere qualsiasi canagliata. Era assolutamente imprevedibile: da compagno spiritoso e affascinante, poteva trasformarsi in un attimo in volgare ladro da strada. Quindi non aveva carattere né buono, né cattivo; la sua prerogativa era essere senza carattere. Era incapace di dominarsi, perché agiva sotto gli impulsi del suo temperamento bollente e, pertanto, non si riteneva responsabile di ciò che faceva, in quanto le sua azioni non erano dettate dal freddo calcolo, ma da capricci improvvisi. E questo accadeva perché il bel Giacomo non pensava, non rifletteva, agiva con spensieratezza, mosso principalmente da un unico, semplice demone: la noia. 

Era, infatti, un uomo estremamente annoiato, che temeva la noia più di qualsiasi altro male, come si può evincere dai suoi scritti, e quando la tensione nella sua vita si appiattiva, ecco che si dedicava all’unica attività capace di creare una tensione artificiale che lo faceva sentire vivo e pulsante: il gioco. 

Casanova fu uno dei più stimati bari e manipolatori di carte del suo tempo e il gioco fu per lui il principale mezzo di sostentamento, anche se non giocava per vincere, ma soltanto per il gusto di farlo; non viveva per il finale, ma per la costante tensione, “l’eterna avventura nella sintesi di nero e rosso”. 

Le esorbitanti puntate gli procurarono grandi ricchezze e potenti cadute, in una continua altalena di alti e bassi che si ripeté per tutta la sua vita di dannato avventuriero. 

Si ritrovò in duello dieci volte a un passo dalla morte, dodici volte a un palmo dalle soglie del carcere, i milioni gli scorsero tra le mani e se andarono velocemente, senza che egli abbia fatto alcunché per trattenerli, abbandonandosi totalmente ad ogni donna, gioco e momento, guadagnando così una vita piena. 

E le celeberrime avventure amorose? 

Casanova era “un vero e proprio stallone con le spalle di Ercole Farnese, con i muscoli di un lottatore romano, con la bruna bellezza di un giovane zingaro, con la virulenza e la sfacciataggine di un condottiero e la lussuria di un villoso dio silvestre”, e tutte queste qualità attiravano le donne senza che egli compisse il minimo sforzo di seduzione. E dalle donne era inesorabilmente stregato. Era sufficiente la scintilla di uno sguardo o il contatto fisico indiretto per infiammare i sensi del bell’avventuriero, “instancabile quando la concupiscenza lo punge e una concupiscenza che mai non cessa, che bracca tutto ciò che è femmina; una passione che, malgrado la straordinaria prodigalità, non si impoverisce”. E a ciò si dedicava pienamente; lui, eterno infedele, manteneva fede soltanto alla sua passione per le donne. Nulla per Casanova valeva più di un’avventura, o meglio, della possibilità di un’avventura, in quanto anche solo il sentore di una possibilità riusciva a scaldare la sua fantasia. E ciò valeva per qualunque donna. Non rischiò mai colpi di spada, insulti, ricatti e malattie per una donna unica e amata davvero, ma per una qualunque a portata di mano solo perché era donna. E non aveva preferenze di sorta, né di morale né di estetica, né di decenza, né di età: ogni donna era ben accetta, dalle giovani alle signore di rango, alle gobbe e sciancate delle taverne marinare. 

Questo insaziabile e trasversale appetito lo rendeva irresistibile agli occhi femminili che vedevano in lui un  uomo che non si risparmiava, ma si prodigava per loro perché, per Casanova, vedere le donne felici e rapite era il piacere supremo. Ed egli era un uomo che “offre ognuna doni accuratamente scelti, accarezza la loro vanità con lusso e leggerezza, si compiace di vestirle pomposamente di pizzi prima di denudarle, […], un vero Dio, un Giove che dona, che sommerge un tempo l’amata con l’ardore delle sue vene e sotto una pioggia d’oro”. Il fatto, poi, che sparisse subito dopo non diminuiva la sua luce, anzi la accresceva perché la brusca interruzione manteneva nelle donne il ricordo di un amatore raro ed eccezionale, rimanendo “Dio di una notte”. E nessuna lo ha mai voluto diverso da ciò che era: onesto nella sua passionalità infedele. Mai fece promesse d’amore ad alcuna. Ogni donna desiderava Giacomo Casanova soltanto per la sua eccezionale arte amatoria, nella quale egli era unico e irripetibile: il suo segreto era la carica della sua passione. 

Ma tutto ciò terminò con l’avvento dei quarant’anni, quando, insieme alla sua giovinezza, finì anche la sua felicità. D’un tratto, il mondo parve voltargli le spalle e sempre più spesso si vide coinvolto in tribolazioni e gli inviti alle corti divennero rari. Fu proprio una donna che gli diede il colpo che lo portò a vacillare per il resto della sua vita. Il raggiro di una giovanissima prostituta, che gli rubò tutto il denaro senza concedersi, gli fece perdere la forza che lo aveva spinto fino ad allora, ossia la sicurezza di sé, la sensazione di essere giovane. Per la prima volta si vide respinto con disprezzo, nonostante l’elevato prezzo pagato, e la fiducia in se stesso crollò definitivamente. 

E così svanita una considerevole fonte di denaro, quale erano per Casanova le donne, si trasformò da curioso a spia, da giocatore a mendicante, da uomo di società a scribacchino e da cittadino del mondo, quale si era sempre orgogliosamente considerato, diventò servo della Serenissima Repubblica di Venezia. 

La radicale trasformazione e l’addio al grande Giacomo si compiono quando per due monete, vestito non più alla moda e sotto le mentite spoglie di uno pseudonimo, si siedeva nelle osterie per osservare i sospetti, scrivendo rapporti di spionaggio agli Inquisitori. Da beniamino delle donne diventò abietto delatore che si manteneva mandando gli estranei nelle stesse carceri che aveva conosciuto in gioventù; fin quando naufragò in Boemia, girovagando come uno zingaro e sfoderando le sue vecchie arti nel tentativo di sopravvivere. 

Un ultimo guizzo del Casanova che era stato riaffiorò quando un ricchissimo conte lo assunse come buffone di corte in una città boema e dove restò per tredici anni, terminando la sua avventurosa vita in povertà e nell’infelicità. 

E così Casanova, “questo temerario incrocio di un uomo del Rinascimento e di un moderno cavaliere d’industria, questo bastardo della furfanteria e del genio, questo essere mezzo poeta e mezzo avventuriero”, ci appare più comprensibile, ma non riusciremo mai ad afferrarlo appieno. Lui, che “sfida ogni beffa e ogni biasimo; che non sente vergogna a farsi guardare, biasimare, criticare, beffare e disprezzare”, riuscirà sempre a sfuggirci, continuando a vagare nella Storia, proprio come ha fatto nel mondo per tutta la sua vita. 

Romanzo storico

Il Principe di Venezia

No, mio vecchio amico. Il patriziato nasce e muore, perché i nobiluomini nascono e muoiono. Noi dobbiamo far sì che la nostra Repubblica giunga intatta fino al giorno del giudizio divino”.
Venezia, 1509: Caterina Cornaro, regina di Cipro, assoggettata al potere di Venezia, viene incaricata dal Consiglio dei Dieci di recarsi alla corte del re di Francia Carlo VIII per convincerlo a lasciare in mano della Serenissima i porti della Puglia.
L’influente mecenate, però, tornerà a Venezia celando un segreto che potrebbe sconvolgere gli assetti politici; un segreto che viene scoperto quindici anni più tardi, quando la Lega di Cambrai porterà le potenze europee a schierarsi contro la Serenissima, per annullarne lo straordinario potere.
E sarà proprio in questo contesto che diverse forze vorranno impossessarsi di questo segreto e utilizzarlo a proprio favore.
Questa è la trama de “Il principe di Venezia”, il primo capitolo della saga storica “Sulle ali del leone”, di Andrea Zanetti, edito da Piazza Editore.
Un romanzo storico dalle cui pagine traspare nettamente tutta la forza politica e militare della più longeva Repubblica della Storia. In particolar modo, riesce a trasmettere al lettore la mentalità dell’epoca, ciò che Venezia rappresentava per i propri cittadini, dal Doge all’ultimo garzone: l’orgoglio di essere parte di una Repubblica giusta e ineguagliabile, che dominava il mondo.
La poeticità delle descrizioni e la potenza delle battute  sono il punto di forza di questo romanzo intenso e ammaliante, capace di restituire al lettore un’immagine nitida e affascinante della Venezia rinascimentale.
Un’ottima caratterizzazione dei personaggi, la perfetta attinenza alla realtà storica dei fatti, il contesto egregiamente ricostruito e il linguaggio oltremodo suggestivo, denotano un profondo studio da parte dell’autore e rendono questo romanzo una porta nel tempo, in grado di annullare la realtà intorno al lettore e di trasportarlo all’inizio del ‘500.
Intrighi di palazzo, giochi di potere, battaglie, segreti e amori si mescolano in una trama interessante e dinamica, che si sviluppa in scene vive e trascinanti, nelle quali il lettore ha la sensazione di partecipare attivamente.
Rimato, coinvolgente, evocativo: un’opera prima di un autore che può già essere definito un ottimo romanziere.

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Tempesta maledetta

2020: mentre imperversa la pandemia da coronavirus, a Londra viene ritrovato il cadavere di un noto gallerista, Thomas Middleshow. Il ricercatore, esperto in crimini d’arte, Gil Eckhart viene chiamato ad indagare sull’omicidio, che non resterà l’unico. Una serie di delitti, che si espande anche a Venezia, sembra ruotare intorno al dipinto La tempesta di Giorgione.
1510: a Venezia, mentre dilaga la peste, il pittore Giorgione fugge dal suo studio, in pena per la sua amata Florenza, e si nasconde a casa del dottor Forte, suo caro amico, per fuggire dagli uomini di Gabriele Vendramin, di cui Florenza è l’amante.
Tra spregiudicati commercianti d’arte, galleristi senza scrupoli e volgari ladri, si svolge la trama del nuovo romanzo di Alex Connor, “Tempesta maledetta”, edito da Newton Compton Editori.
Un racconto che si sviluppa su doppia linea temporale, in cui l’autrice mette a confronto l’epidemia di peste e di covid-19, facendo emergere le stesse paure, le stesse insicurezze, le medesime reazioni e le uguali teorie complottiste.
Alex Connor descrive, infatti, una Londra dell’agosto 2020, tra saccheggi, minacce di atti terroristici e follia collettiva, in bilico tra realtà e distopia, donando una panoramica di quel passato vicinissimo che ci pare già tanto lontano.
Un’indagine serrata, dal ritmo scorrevole e dal sapore di un giallo d’altri tempi, in cui ogni sospettato ha un movente, ma nessun indizio contro di lui;  un trama miscelata con la giusta dose di suspense, principale ingrediente dei thriller storici di Alex Connor, che rende la lettura piacevole ed appassionante.
Inoltre, l’abilità dell’autrice permette di far emergere la dinamicità di un’indagine apparentemente statica a causa delle restrizioni nelle quali si trova ad operare il protagonista.  
Due epoche storiche lontane legate da un filo invisibile che passa attraverso l’arte di uno dei più importanti pittori rinascimentali italiani, il veneziano Giorgione; due momenti della storia segnati da una piaga terribile, il cui confronto permette di capire quanto l’animo umano sia rimasto lo stesso, oggi come allora.