recensione, Romanzo storico

Amor, c’ha nullo amato amar perdona

“Mi piacerebbe davvero tanto credere al tuo punto di vista, Tino, ma sai cosa vuol dire amare così tanto, da provare dolore fisico, qualcuno che non vuole farsi neanche toccare da te?”

Questa è la storia dell’amore tra Paolo e Francesca.
Questa è la storia della vita consumata di Gianciotto.
Questa è la storia di una catastrofe annunciata.

Attraverso le pagine del romanzo breve di Alessandra Casati, “Amor, c’ha nullo amato amar perdona”, edito da Giovane Holden Edizioni, ripercorriamo una celeberrima vicenda storica, l’amore che, alla fine del ‘200, ha unito Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, ma attraverso gli occhi di Giovanni Malatesta, fratello di Paolo ma, soprattutto, marito di Francesca.
Questo punto di vista insolito permette al lettore di entrare in empatia con colui che ha ucciso la moglie e il fratello. Tra le righe traspaiono nettamente le difficoltà che ha affrontato nel corso della sua esistenza che lo hanno indotto al misfatto.
Già dalle prime pagine, si percepisce il senso di inferiorità che provava nei confronti del fratello più dotato; un’invidia latente, che a poco a poco prese corpo. Innamorato di una donna che non lo ricambiava con lo stesso amore, disprezzato dal padre per colpa delle sue menomazioni fisiche, stremato dall’eterno paragone con il fratello Paolo.
Protagonista del romanzo, infatti, non è la storia d’amore tra Paolo e Francesca, ma la vita di Giovanni Malatesta e il suo amore per la giovane da Polenta. Un uomo con le proprie debolezze, i propri fantasmi e i propri dolori: il risultato è un personaggio storico umanizzato, sganciato dalla damnatio memoriae che gli ha conferito il terribile omicidio.
In questo libro sono i suoi sentimenti a prevalere: l’amore verso quella fanciulla che gli aveva rapito il cuore, la tristezza e la gelosia nel saperla innamorata di suo fratello. Il ritratto è quello di un uomo innamorato e respinto, devoto e tradito; un uomo che, per tutto il corso della sua esistenza, ha soltanto cercato l’affetto che gli è sempre stato negato. E lo ha bramato soprattutto da colei che aveva generato in lui sentimenti nuovi, lei che aveva desiderato con tutte le forze e che era riuscito ad avere. Ma il matrimonio iniziò con l’inganno della fanciulla già perdutamente innamorata dell’uomo sbagliato; un matrimonio indesiderato per la bella Francesca, combinato dal padre Guido per motivi di convenienza politica, come d’uso all’epoca, ma diverso rispetto agli altri. Infatti, Giovanni era sinceramente innamorato di lei e la trattava con rispetto, desiderandone la felicità. Un amore rimasto nell’ombra dei sentimenti che Francesca ha sempre nutrito per Paolo; sentimenti con i quali Giovanni ha dovuto convivere per tutta la durata del matrimonio. Un amore per quel fratello che lo aveva sempre messo in ombra.
Il contesto è ben ricreato e il racconto è fedele alla realtà storica.
Il personaggio di Gianciotto è ben caratterizzato sotto tutti i punti di vista e la narrazione in prima persona del protagonista permette al lettore di immedesimarsi con esso, aumentandone la suggestione.
Grazie allo stile fluido e scorrevole, si legge tutto d’un fiato, ma una nota stonata è rappresentata dall’uso, a volte, di alcune espressioni tipiche del linguaggio contemporaneo, non adatto al contesto narrato.

Punto forte di questo breve ed intenso romanzo che, in poco più di settanta pagine, riesce abilmente a condensare la vita del protagonista, è il finale emozionante, coinvolgente e carico di pathos.
Amor, c’ha nullo amato amar perdona” è un piccolo, grande romanzo che ha il pregio di mostrare al lettore l’altra faccia della medaglia di una vicenda lontana che, grazie a Dante, è arrivata fino ai giorni nostri.

ANTICA ROMA, recensione

L’ultimo giorno di Roma

Il mondo antico sorprende perché siamo abituati a considerarlo inferiore al nostro, dimenticando che chi è vissuto nell’antichità non è affatto diverso da noi; anzi, in un certo senso è come vedere noi stessi proiettati in un’altra epoca, con la nostra creatività, i nostri pregi e difetti. Per questo l’antichità ci sorprende. Ma non dovrebbe farlo: la migliore fantascienza non è nel futuro, ma nel passato…”.
Roma, 18 luglio 64 d. C. E’ una torrida giornata estiva quella che devono affrontare Vindex e Saturninus nella loro ronda, un veterano e una recluta dei vigiles, i vigili del fuoco dell’Antica Roma. Come ogni giorno, devono assicurarsi che tutte le fonti di fuoco della città siano sicure. Ma non sanno che questo sarà l’ultimo giorno della Roma che conoscono, perché la prossima notte le fiamme la distruggeranno per sempre, cambiando il corso della Storia.
Ne “L’ultimo giorno di Roma”, il primo capitolo della trilogia dedicata a Nerone, edita da HarperCollins, Alberto Angela supera se stesso, affrontando un tema, quello del Grande Incendio di Roma del 64 d.C., sul quale scarseggiano le fonti coeve, e racconta una Roma andata distrutta per sempre, di cui restano soltanto pochi indizi e molte ipotesi. Insieme al team che ha creato per raccontarci questo momento della Storia, ha fatto un sorprendente lavoro di ricerca e studio delle minime fonti e ci ha restituito l’affresco di una Roma poco conosciuta e molto diversa da quella che siamo abituati a ricordare. Ha saputo ricostruire con grande abilità vite di persone realmente esistite, ha creato ipotesi verosimili suffragate da dati certi.
Il risultato di questo encomiabile lavoro è un racconto minuzioso ed estremamente coinvolgente che ci trasporta in un’epoca davvero lontano e ci permette di entrare in confidenza con questa faccia di Roma di cui sono sopravvissute pochissime testimonianze, ma che appare incredibilmente simile ai giorni nostri. Dal mestiere del vigile del fuoco, alla raccolta dei rifiuti, dal funzionamento di librerie ed editori allo svolgimento delle corse al Circo Massimo, scopriamo un popolo antico molto moderno e avanzato, molto simile a noi; una città multietnica ma con un’unica cultura, con problemi che ricorrono anche al giorno d’oggi, come la speculazione edilizia.
Proprio come si fa guardando un cielo stellato, Alberto Angela, con il suo stile unico e inimitabile, ricco di competenza ed entusiasmo, unisce tanti frammenti di Storia Romana per ricreare la Roma di Nerone. Prendendoci per mano e seguendo la ronda dei due vigiles, ci guida attraverso le strade della città e ci indica ogni attività e luogo, ci presenta persone realmente esistite che tornano a vivere di nuovo davanti ai nostri occhi. Incontriamo schiavi, mercanti, avvocati e bambini; sentiamo il profumo delle pietanze pronte nelle popine per la colazione; attraversiamo il foro di Cesare; ascoltiamo il boato del pubblico fuoriuscire dal Circo Massimo. Insieme a Vindex e Saturninus passeggiamo letteralmente tra le strette strade della città, ricche di botteghe e bancarelle, percependo gli spintoni della gente al mercato, i discorsi dei filosofi nelle tabernae librariae, il tintinnio delle monete maneggiate dagli argentarii e dai cambiavalute. Ampio spazio è dedicato al fondamentale lavoro dei vigiles, impegnati di giorno a prevenire gli incendi e di notte anche a vigilare sulla sicurezza pubblica tra le pericolosissime strade buie della capitale dell’Impero, del quale viene descritto ogni aspetto.
In poco più di trecento pagine, Angela ci racconta ogni aspetto della città e della vita quotidiana in quel preciso momento storico, permettendo al lettore di lasciarsi avvolgere da una cascata di emozioni e di tuffarsi in quel mondo così lontano, e lo fa con quello stile travolgente e trascinante che lo contraddistingue. Nonostante la quantità di informazioni che fornisce, questo libro non annoia mai, anzi stimola la curiosità di continuare la lettura e di approfondire i temi trattati. 
Oltre a regalarci l’immagine di una Roma perduta per sempre, inoltre, quest’opera ha un altro pregio: restituisce al lettore un ritratto più vero di Nerone, ripulito dalla damnatio memoriae che lo ha consegnato alla Storia. Scopriamo così un Nerone attento agli interessi del popolo, che si assicura, ad esempio, che a Roma non manchi mai il grano.
L’ultimo giorno di Roma” è una lettura totalmente immersiva e molto istruttiva, che ci riempie gli occhi della bellezza e della grandezza di una città unica nella Storia, in grado di appassionare anche i più refrattari verso il passato.
Dopo aver affrontato questo viaggio incredibile nella Storia, così sorprendente da mozzare il fiato, non guarderete più Roma con gli stessi occhi.

P.S. Voglio darvi un consiglio. Dopo aver letto “L’ultimo giorno di Roma”, perdetevi nella lettura di un altro interessante libro di Alberto Angela, “Una giornata nell’Antica Roma”. Vi accorgerete di quanto fosse diversa Roma nei due periodi trattati, a soli cinquant’anni di distanza. Sarà senz’altro un’esperienza emozionante.

Fatti storici

La congiura dei Pazzi. Parte 2

Eccomi alla seconda tappa del progetto dedicato alla Congiura dei Pazzi, ossia l’attentato alla vita di Lorenzo de’ Medici, avvenuto nell’aprile del 1478, che provocò la morte del fratello Giuliano. Nel primo articolo dedicato a questa vicenda, avevo parlato dell’evento in sé, mentre questa volta voglio dedicarmi al coinvolgimento nel complotto di un personaggio di grande rilievo: Federico da Montefeltro, duca di Urbino.

Per raccontare questo aspetto, ho letto “L’enigma Montefeltro” di Marcello Simonetta, che ripercorre tutta la vicenda, illustrando anche cause e conseguenze della congiura.

Nella seconda metà del XV secolo, Federico da Montefeltro era il più grande condottiero e capitano di ventura, ingaggiato dai più potenti Signori.

La sua amicizia con Lorenzo de’ Medici nacque nel 1472, quando l’urbinate fu assoldato da Firenze nella guerra contro Volterra, che non voleva condividere le miniere di allume.

Dopo pochi anni, però, il Montefeltro maturò un’acredine nei confronti del fiorentino che si sviluppò di pari passo con quella tra quest’ultimo e papa Sisto IV, che prese le mosse dal rifiuto del Medici al prestito chiesto dal Papa per l’acquisto della città di Imola, nel 1473. Tale diniego da parte della Banca che aveva in gestione i conti dello Stato Pontificio, costrinse il Papa a rivolgersi ad un’altra banca fiorentina, diretta concorrente di quella medicea: quella dei Pazzi, gestita da Jacopo e Francesco Pazzi, uomini molto ambiziosi e desiderosi di rimpiazzare i Medici come signori di Firenze e come banchieri papali.

L’anno successivo, un altro evento significativo creò un’ulteriore crepa nei rapporti tra Sisto e Lorenzo: la questione di Città di Castello. Dopo l’espansione del dominio ecclesiastico su Imola, alcune città iniziarono a ribellarsi e la prima a farlo fu proprio Città di Castello. Il Papa mandò suo nipote, il cardinale Giuliano della Rovere, ad assediare la città, il quale però non vi riuscì soprattutto a causa dell’appoggio che il capo della ribellione Nicolò Vitelli riceveva da Lorenzo de’ Medici, che percepiva l’iniziativa di Sisto come un’aggressiva interferenza nel controllo dell’Italia centrale. Il Papa ritenne il comportamento del Medici come un offensivo tradimento e, nell’agosto del 1474, chiamò il Montefeltro per dirimere la questione. Egli marciò sulla città, che si arrese immediatamente, probabilmente per evitare la stessa sorte di Volterra. Quando ciò accadde, Federico era appena stato nominato duca da Sisto con una cerimonia molto simbolica, che evocava il potere della Chiesa di mettere l’arma della giustizia nelle mani del potere secolare.

Un potere che il nuovo duca di Urbino prese molto seriamente, tanto che iniziò a vedere Lorenzo come un nemico potenziale del Papa, da distruggere. Il suo obiettivo divenne il rovesciamento del regime mediceo su Firenze. Con i rapporti rovinati tra Sisto IV e Lorenzo de’ Medici, Federico da Montefeltro si schierò apertamente con il pontefice, tanto da dare in sposa una delle sue figlie al nipote del Papa, Giovanni della Rovere.

Alla fine di quell’anno così teso, arrivò anche lo “schiaffo morale” da parte del Montefeltro nei confronti del Magnifico, allorchè quest’ultimo chiese un cavallo per la giostra del 1475: il duca rispose che lo aveva già dato ad un membro della famiglia Pazzi.

In quei mesi, l’odio del duca di Urbino nei confronti di Lorenzo crebbe tanto da mettere in guardia anche Cicco Simonetta, il quale intercettò una lettera del Montefeltro in cui scriveva che il re di Napoli avrebbe dovuto cacciarlo da Firenze o farlo tagliare a pezzi. Il suo intento era quello di usare tutto il suo peso politico per mettere in difficoltà il Medici davanti alla corte di Napoli.

Una nuova frattura nei rapporti tra Montefeltro e Medici si creò all’indomani della morte del duca di Milano Galeazzo Sforza, alla fine del 1476. In quell’occasione, Cicco Simonetta, braccio destro del defunto duca e nuovo reggente del ducato, chiese aiuto a Federico per rinsaldare il potere ducale su Milano, ma Lorenzo lo impedì nel timore che la garanzia militare e politica del condottiero diminuisse l’influenza che aveva sulla città in virtù del rapporto di grande amicizia che lo legava a Galeazzo, e favorì il suo diretto concorrente, Ludovico Gonzaga.

Federico, così, iniziò a screditare la figura del Magnifico agli occhi di Milano, nel tentativo di portare il Simonetta dalla parte del re di Napoli, al fine di indebolire la lega tra Milano, Firenze e Venezia. Infatti, Urbino si trovava proprio al centro tra due alleanze: da una parte la Lega citata e dall’altra l’asse Napoli e Stato Pontificio; Federico serviva entrambe in qualità di mercenario.

Una prova del coinvolgimento del duca di Urbino nella congiura, la diede, a fatti avvenuti, proprio il soldato Gian Battista Conte di Montesecco (assoldato dai congiurati per uccidere Lorenzo), quando, al momento della confessione prima di essere giustiziato, riportò la conversazione avuta con Riario e Salviati, il quale gli disse che fuori Firenze avevano il favore del duca. Nella stessa confessione si evince anche che il primo a voler la morte dei fratelli Medici, oltre a Riario e Salviati, era proprio Papa Sisto IV.

Quest’ultimo, infatti, sigillò con Montefeltro il patto per l’eliminazione dei Medici attraverso un dono, una catena d’oro, regalata al figlio del duca, Guidobaldo, con un significato ben preciso: Sisto, dopo aver conferito a Federico il titolo ducale, riconosceva così la legittimità dinastica dei Montefeltro, che in questo modo ricevevano l’investitura ecclesiastica per le generazioni future. Questo rapporto tra papa e duca ben chiarisce quale fosse la convenienza del Montefeltro nel sostenere il papato e la congiura contro Lorenzo.

Una prova ulteriore la diede proprio il duca di Urbino, in una lettere inviata a Cicco Simonetta pochi giorni dopo l’attentato, quando si sparse la voce che il conte Montesecco aveva confessato, nella quale fu chiaro quanto fosse coinvolto.

Tuttavia, quando aveva accettato di contribuire al complotto, Federico lo aveva fatto contando di diventare il “salvatore di Firenze”, in quanto credeva nel sostegno popolare del partito antimediceo, che avrebbe permesso alle sue truppe di entrare in città facilmente, senza spargimenti di sangue. Ma non andò così, pertanto, quando poco tempo dopo si presentò un’altra occasione di assediare Firenze, egli rifiutò. Ciò avvenne perché il Montefeltro avrebbe voluto liberare la città da Lorenzo, ma senza metterla a ferro e fuoco, come era accaduto a Volterra. Non voleva risultare agli occhi del popolo come un invasore e, per questo, si oppose ad un sacco della città, mantenendo però salda la volontà di rovesciare il regime di Firenze minando l’autorità di Lorenzo dall’esterno.

Ma il Rinascimento è stata un’epoca nella quale le alleanze e gli equilibri politici furono quanto mai fragili e volubili e ben presto Federico da Montefeltro si accorse che l’odiato Medici rappresentava il male minore. Solo un anno dopo la congiura, infatti, un altro pericolo iniziò ad aleggiare sulla sua città: la sfrenata ambizione del conte Girolamo Riario. Così il duca di Urbino si trovò a trattare proprio con Lorenzo per frenare Riario che ambiva a diventare l’uomo più influente della penisola: se Firenze avesse perso potere, tutta l’Italia centrale sarebbe stata in balia del papato e Urbino avrebbe potuto diventare la prima facile preda del Papa; la legittimazione dei Montefeltro dipendeva proprio da Sisto, il quale avrebbe potuto revocarla in qualsiasi momento.

E questo suo voltafaccia nei confronti di Sisto IV si palesò all’indomani della pace siglata a Napoli da Lorenzo nel 1479: il Papa reputò Federico regista occulto di un accordo di pace che non teneva in considerazione gli interessi della Chiesa e lo iscrisse nel suo libro nero. Federico da Montefeltro, fino a poco tempo prima paladino degli interessi del Papa, nel 1482 smise di essere condottiero della Chiesa; Sisto non rinnovò il suo contratto.

La ritrovata interessata amicizia con il Magnifico provocò una spaccatura profonda tra Federico e i suoi precedenti complici, Sisto IV e Riario. Lorenzo, ormai armai alleato del re di Napoli e del nuovo duca di Milano, Ludovico il Moro, offrì al Montefeltro un contratto d’oro per la difesa della città di Ferrara, entrata nelle mire di Girolamo Riario. Gli equilibri erano cambiati ancora una  volta e Roma era spalleggiata da Venezia.

Ma poco importò per Federico da Montefeltro che morì di malaria all’età di sessant’anni nelle paludi ferraresi proprio mentre si trovava nel mezzo della difesa di Ferrara dall’assedio di Venezia, forse pentendosi di essersi allontanato dal Papa e dalla Chiesa proprio poco prima di morire.

Tutto questo e molto di più lo potete trovare ne “L’enigma Montefeltro” di Marcello Simonetta, un saggio molto approfondito che spiega e racconta molte vicende del primo Rinascimento. Una lettura davvero appagante e intrisa di informazioni importanti per tutti gli appassionati di Storia.

Vi aspetto alla prossima tappa in cui vi racconterò come cambiò per sempre Lorenzo il Magnifico dopo il terribile attacco in Santa Maria del Fiore.

Federico da Montefeltro nel ritratto di Piero della Francesca
Romanzo storico

Rosso di Tiro, Blu d’Oltremare

“Al calare della notte s’alzavano i ponti levatoi, le sentinelle salivano sulle mura di guardia, le porte delle case venivano sprangate con catene e paletti. Nelle strade buie, soltanto la ronda e branchi di randagi. Eppure, ogni sera d’inverno, quel nugolo di donne armate di fusi, fili e vecchie rocche osavano sfidare la legge e la sorte. All’ora convenuta, con sfrontatezza, astuzia e agilità feline si ritrovavano tutte insieme, ora nel retro di una bottega, ora al riparo di una stalla. All’alba tornavano a casa, gabbando gli sgherri e i mariti.”

Tra la bruma dei canali tinti di rosso e di blu, sotto il cielo di Bruges, in un clima tipicamente medievale, si svolge la storia del difficile amore tra Rose Van Triele e Robin Campen, sul quale veglia il piccolo gruppo delle Dame della Canocchia, donne coraggiose e curiose che, tra ricette e incantesimi, presagi e speranze, cercano di sottrarsi all’ignoranza e all’isolamento. Otto donne, ognuna con i propri pregi e i propri difetti, ma accomunate dalla voglia di emergere dal ruolo in cui la società degli uomini le ha relegate, proprio come le fate che “avevano abbracciato la vita rude delle selve anziché sottostare alle regole dispotiche di una società chiusa e ottusa”. Dalle vite di queste donne e dalla storia travagliata dei due innamorati ostacolati dalle famiglie, emerge il quadro della difficile condizione femminile che ha attraversato diversi secoli. Numerosi sono, infatti, i problemi e i pregiudizi che Greta, Rose, Alix, Emmeline, Margot, Sebile, Ysengrine e Anne devono affrontare. Dal dovere di sottostare al potere maschile al disprezzo nei confronti di una madre vedova, dalle velate accuse di stregoneria al beghinaggio. Ed è proprio questa condizione che spinge le otto donne, stanche di quel vivere con fatica e senza gioia, a coltivare il sogno di abbandonare insieme la città fiamminga. Sullo sfondo di queste vicende, si svolge la delicata situazione politica delle Fiandre di fine ‘300, che si trova nel bel mezzo della Guerra dei Cent’anni, nella quale Francia e Inghilterra si scontrarono per il predominio sul fiorente mercato tessile di cui Bruges era il centro commerciale. Alla guida stava il pavido Louis de Male, conte delle Fiandre e del Barbante, vessato dalle rivolte degli operai tessili che, nonostante le rivalità, fecero fronte comune contro la borghesia per rivendicare i propri diritti e ribellarsi ai soprusi dei funzionari pubblici.

Con questa trama e in questo contesto, si sviluppa il nuovo romanzo di Adriana Assini, “Rosso di Tiro, Blu d’Oltremare. Una storia fiamminga”, edito da Scrittura e Scritture, che deve il titolo alla tradizionale rivalità tra i tintori della robbia e quelli del guado.

Questo romanzo, come ogni singolo libro della Assini, spalanca le porte su un mondo lontano nel tempo, fatto di colori, profumi e suoni che riescono a riempire gli occhi e l’anima. Il lettore si ritrova, così, pervaso dagli odori dei mercanti di Bruges, strabiliato dai colori delle tinte delle sue stoffe pregiate, frastornato dalle urla dei tessitori adirati, inneggianti spergiuri nei confronti dell’inetto tiranno; osserva il cielo annebbiato delle Fiandre accanto al cuore innamorato della giovane Rose, salpa su galee battenti bandiera straniera inseguendo il sogno di Robin. Tra le pagine di questo libro, il lettore si sente quanto mai partecipe della storia. Adriana Assini, infatti, come nessun altro riesce a rapire il cuore di chi legge, grazie al suo stile narrativo lirico e romantico, nel quale ogni vocabolo è collocato con sapienza, come piccole tessere di un mosaico che compongono frasi vive che pulsano insieme al battito del cuore del lettore. Con un linguaggio carico di emozioni, capace di evocare le più mistiche e affascinanti visioni, le sue parole riescono, senza sforzo, a ricreare le scene davanti agli occhi di chi legge: questo è il grande pregio dell’autrice. Pur mantenendo il realismo e la verosimiglianza attraverso l’accurata ricostruzione del contesto, riesce a raccontare con parole intrise di magie e incanto, con il tono delle favole più belle; utilizza un lessico degno dell’epoca lontana che ospita la storia e la sua narrazione è delicata come il velo che ricopre il capo della Gioconda di Leonardo. Con frasi mirate e concise, riesce a rendere in modo perfetto la caratterizzazione fisica, psicologica e sociale di ogni personaggio. “Figlia delle maree e delle albe lunari, lei disprezzava la fiducia che gli umili riponevano nella Provvidenza e ambiva a fare il bene non per paura dell’Inferno o per brama del perduto Eden, ma solo per sottrarsi all’inutilità dello stare al mondo. Con i suoi gesti misurati ed eleganti, la carnagione nivea e gli occhi color fiordaliso, avrebbe potuto ambire al sole e alle stelle, e invece si ostinava a lottare a mani nude contro le lance acuminate dell’ingiustizia e dell’ignoranza”, così descrive Alix, una delle otto dame, con una prosa che diventa poesia alle orecchie del lettore. I dialoghi, che sembrano usciti da un’opera di Shakespeare, ammaliano il lettore e ne inebriano lo spirito. Musicali e colmi di meraviglia, gridano di essere recitati ad alta voce, tanto appaiono enfatici. Tra le righe del romanzo traspare la cura per il dettaglio usata per la ricostruzione dell’ambientazione e del contesto storico, che è uno dei punti di forza dei romanzi della Assini. Riesce, infatti, ad incastrare perfettamente le trame frutto della propria fantasia in contesti reali e sublimamente descritti, disseminando il racconto di dettagli e informazioni preziose sull’ambientazione e sul contesto, senza mai appesantire la leggiadria della narrazione.

Rosso di Tiro, Blu d’Oltremare” è un inno alla forza e alla tempra delle donne. Un romanzo ammantato di magia e alchimia, avvolto da superstizioni e sortilegi, la cui poesia è difficile da descrivere tanto ne è alto il livello. Un libro che racconta una trama interessante in un modo così sublime da far sognare: non si può spiegare ciò che si prova nell’intraprendere il viaggio tra le sue pagine, si può soltanto leggere e lasciarsi cullare dalle sue parole.

Fatti storici

La Congiura dei Pazzi. Parte 1

Nella storia di Firenze c’è un avvenimento che attira molto la mia curiosità, la Congiura dei Pazzi. Ho così deciso di dedicarmi alla lettura di tre saggi che affrontano questo argomento: il volume “Giuliano de’ Medici” della collana del Corriere della Sera “Grandi delitti nella Storia”, “La congiura. Potere e vendetta nella Firenze dei Medici” di Franco Cardini e Barbara Frale e “L’enigma Montefeltro” di Marcello Simonetta. Dopo la lettura di ognuno di questi testi, vi racconterò un aspetto diverso legato alla vicenda, partendo dal racconto del fatto, passando dal ruolo di Federico di Montefeltro nel complotto, per arrivare al cambiamento della personalità di Lorenzo de’ Medici in seguito alla morte del fratello. Ho iniziato dal volume “Giuliano de’ Medici”, un piccolo saggio che ripercorre motivazioni ed esecuzione della congiura e dà una panoramica sulla famiglia Medici. Da questa lettura, vi racconto il fatto.


Il complotto passato alla Storia come Congiura dei Pazzi nacque da un gruppo di personaggi i quali avevano, ognuno, una motivazione differente per desiderare la fine del dominio della famiglia Medici su Firenze. Era indubbio, infatti, il grande potere del Magnifico, che, nonostante fosse amato e acclamato dal popolo, stava stretto a molte persone, dentro e fuori la città.
Vi era, in primis, una fazione fiorentina anti Lorenzo capitanata dalla famiglia Pazzi; poi Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, a cui era stato negato l’ingresso nella città; Papa Sisto IV che, fin dai contrasti sorti con Lorenzo sulla questione di Città di Castello, aveva creato una spaccatura nei rapporti con il Magnifico; e, infine, Girolamo Riario, nipote del Papa, che vedeva Firenze come una possibile conquista per allargare i propri domini. Ad essi, si aggiunsero una serie di personaggi minori, che furono anche autori materiali dell’omicidio. Inoltre, pare abbia avuto un ruolo in questa vicenda anche il padrino di battesimo di Lorenzo, Federico da Montefeltro.
Questo complotto culminò nell’assassinio del fratello minore di Lorenzo, Giuliano, appena venticinquenne, perpetrato nella basilica di Santa Maria del Fiore, a Firenze, al termine della messa pasquale, il 26 aprile 1478. Un delitto terribile sfociato nella blasfemia, consumato in un luogo sacro e durante la più importante funzione cattolica, al cospetto di Dio.
Tuttavia, questo aspetto sacrilego fu la salvezza di Lorenzo. Infatti, il primo obiettivo dei congiurati, che mirava al rovesciamento della fazione medicea e all’annientamento della cripto signoria che si era formata,  era proprio il Signore de facto di Firenze. Incaricato del suo omicidio era il condottiero marchigiano Giovanni Battista Conte di Montesecco, il quale, una volta appreso che, in ultimo, l’agguato si sarebbe tenuto in una chiesa, si rifiutò, lasciando il compito a due inesperti.
I congiurati, infatti, avevano una sola certezza: entrambi i fratelli dovevano essere eliminati fisicamente, altrimenti, alla morte del solo Lorenzo, Giuliano, anch’egli molto amato dal popolo e capace forse più del fratello, avrebbe assunto le redini della Signoria.
Così, in principio, l’omicidio fu previsto in occasione di un viaggio di Lorenzo a Roma, che però venne rimandato; successivamente si decise per due banchetti, ai quali però Giuliano non presenziò. Infatti, in quel periodo, difficilmente i due fratelli si presentavano insieme in pubblico, forse proprio perché doveva essere trapelata qualche notizia di un’intesa segreta ai loro danni. Fin dall’inizio dell’organizzazione, quindi, circa un anno prima dell’esecuzione, si rivelò un piano approssimativo, continuamente rimaneggiato a causa dei continui impedimenti.
Anche la decisione di agire durante la messa rischiò di risultare vana, in quanto Giuliano non si presentò nemmeno quella volta. Ma Francesco de Pazzi decise di andare a prenderlo a casa e accompagnarlo in chiesa a funzione iniziata, trascinato tra motti scherzosi e infidi abbracci (volti a verificare l’eventuale utilizzo di protezioni) proprio dai suoi sicari.
I due fratelli ascoltarono la messa a ridosso dell’ottagono che corre intorno all’altare maggiore, uno sul lato destro e uno sul lato sinistro, come erano soliti fare proprio per ridurre il rischio di attentati.
Al termine della liturgia, proprio nel momento in cui l’officiante, che quel giorno era il sedicenne neo cardinale Raffaele Riario, nipote del Papa, pronunciò l’Ite missa est, Bernardo Bandini Baroncelli e Francesco de Pazzi estrassero il pugnale e colpirono il povero Giuliano. Contemporaneamente, Antonio Maffei da Volterra e Stefano da Bagnone si avventarono contro Lorenzo, che riuscì a salvarsi proprio grazie all’inesperienza dei due, che lo colpirono soltanto di striscio, permettendogli, così, di nascondersi nella sagrestia insieme ad alcuni amici e sostenitori.
Giuliano, invece, fu massacrato dalle 19 coltellate inferte con estrema ferocia da Francesco de Pazzi, il quale, nella foga, si ferì ad una gamba. Fu lasciato a terra, in una pozza di sangue, mentre i presenti scappavano e scortavano Lorenzo, ancora ignaro della sorte dell’amato fratello, nel palazzo di famiglia in quella che era Via Larga, oggi via Cavour.
Questo evento ebbe l’effetto opposto a quello perseguito dai congiurati: il popolo di Firenze si strinse intorno al suo Signore, scagliandosi contro gli esecutori del delitto e accrescendo così il potere di Lorenzo che, in quel momento decisivo, venne sancito e ribadito con la forza di un patto di sangue.
Mandanti ed esecutori materiali subirono la violenta e spietata vendetta del Magnifico. Vennero catturati, torturati e condannati alla pena capitale; i ritratti dei loro corpi impiccati vennero commissionati a Sandro Botticelli e dipinti secondo il canone delle pitture infamanti.
In questo modo, Lorenzo aprì anche una vendetta contro Papa Sisto IV, che sfociò in una guerra che si concluse con una pace siglata dal pontefice il 13 marzo 1479.
Da quel momento, però, nonostante fosse riuscito a vendicare la morte di Giuliano, Lorenzo cambiò per sempre. Ma di questo vi parlerò nei prossimi articoli.

A cura di Deborah Fantinato

Giuliano de’ Medici in un ritratto di Sandro Botticelli
Romanzo storico

Review Party de “La Corona del Potere” di Matteo Strukul

“Verrà il giorno che un flagello si abbatterà su di voi e su Roma, sulla Chiesa e sui nobili e poi su tutti coloro che hanno scelto l’alleanza delle tenebre a quella della luce di Cristo e quel giorno il buio non avrà pietà e cadrà su di voi con grandi ali d’Inferno e cancellerà quello che siete stati”.

Cesare Borgia, Alessandro VI, Leonardo da Vinci, Ludovico il Moro, Antonio Condulmer, Lucrezia Borgia, Caterina Sforza, Sancia d’Aragona, Carlo VII, Piero de’ Medici, Francesco II Gonzaga, Caterina Cornaro sono solo alcuni dei giganti del passato che si avvicendano ne “La Corona del Potere”, il nuovo romanzo di Matteo Strukul, edito da Newton Compton Editori, che chiude la dilogia iniziata con “Le sette dinastie” che racconta il secolo d’oro del Rinascimento. 

In questo capitolo, l’autore ripercorre la seconda metà del Rinascimento, dal 1494, quando gli equilibri politici degli Stati italiani si ritrovano in pericolo, essendo venuta a mancare la figura che per anni ne è stato il perno, Lorenzo il Magnifico, e le penisola si trova sotto lo scacco dell’invasione del re francese Carlo VIII, fino ad arrivare al termine di questa era grandiosa, che si chiude con il Sacco di Roma del 1527.

Con quest’ultima opera, Strukul ci regala un viaggio incredibile in un’epoca ineguagliabile, irripetibile; un libro che appare come un’imprescindibile mappa della Storia che permette di conoscere un’importante parte del nostro passato. Debolezze dei potenti, intrighi e sotterfugi, voltafaccia e vere alleanze. Il cuore della politica rinascimentale batte tra le pagine di questo romanzo fulgido e potente; tra le sue righe, la Storia torna a compiersi di nuovo davanti ai nostri occhi.

Un turbine di personaggi grandiosi, perfettamente caratterizzati, che tornano in vita grazie alla maestria dell’autore, riescono nell’intento di aumentare la suggestione del racconto, permettendo al lettore di entrare in confidenza con gli uomini e le donne che hanno fatto la Storia. E così si può assistere, ad esempio, alla determinazione di Caterina Sforza, alla follia spietata di Cesare Borgia, al declino di Ludovico il Moro sotto il giogo dei francesi, all’inadeguatezza di Piero de’ Medici. Forza e debolezze di ogni protagonista sono delineate in modo così preciso e stimolante da donare al lettore la sensazione di conoscerli realmente.
Una volta di più, infatti, Matteo Strukul stupisce per la capacità narrativa. I dialoghi potenti e sublimi, dai quali traspare il carattere e la tempra di ogni personaggio, sono perfettamente credibili e completamente calati nel periodo storico.
La sapiente descrizione delle scene le rende percepibili come se si svolgessero al rallentatore, dando al lettore la sensazione di vedere ogni mossa, ogni azione, di catturare ogni dettaglio. In particolare, le scene delle battaglie sono così coinvolgenti che il lettore può vedere i corpi dilaniati, sentire le urla dei soldati, percepire l’odore della morte, proprio come se si trovasse al centro della lotta.
L’attinenza alla realtà storica è strabiliante e denota il colossale studio delle fonti svolto da Strukul. Il rimbalzo dei brevi e forti capitoli da un punto all’altro della penisola rende la lettura dinamica e attraente. Una narrazione avvincente, suggestiva e totalizzante fa di quest’opera un’esperienza immersiva a tre dimensioni, dalla quale il lettore non può che restarne completamente coinvolto, avvinghiato dalle spire di una magia che si sprigiona dalla prima pagina.

La Corona del Potere” è un viaggio senza eguali, attraverso il tempo e lo spazio, in un periodo unico nella Storia del mondo, scritto da un romanziere straordinario; un autore dal talento incontestabile, in grado di affascinare con semplicità e dedizione.

INTERVISTA

Due chiacchiere con gli autori: MARIA CRISTINA MASELLI

Quando leggiamo un romanzo storico, inevitabilmente, nasce in noi la voglia di approfondire la conoscenza dei loro protagonisti, persone realmente esistite che hanno vissuto in un passato così lontano dal nostro presente. A questo proposito, ho avuto il piacere di intervistare Maria Cristina Maselli, autrice di un romanzo che ho amato molto: “Sigismondo e Isotta”, edito da Piemme, che racconta la meravigliosa storia d’amore tra Isotta degli Atti e Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini. Ecco come ha risposto alle mie curiosità:

  • Quale motivo l’ha spinta a raccontare la storia di Sigismondo Malatesta e Isotta degli Atti?

Ho scoperto dell’esistenza di Sigismondo e Isotta casualmente, durante una ricerca storica. Nonostante avessi frequentato la Romagna sin da bambina, nessuno mi aveva mai parlato di questi due personaggi immensi. Pensai che qualcuno avesse scritto di loro, così mi recai in libreria, per acquistare un libro che raccontasse la loro storia. Scoprii con sorpresa che non esisteva. Approfondii le mie conoscenze acquistando saggi e volumi universitari. Poi, un giorno, mi recai al Tempio Malatestiano di Rimini, il luogo in cui sono sepolti e che racconta la loro storia. Al cospetto di ogni cappella, provai emozioni così intense da indurmi a profonde riflessioni. Compresi che qualcosa nella mia vita sarebbe cambiato per sempre. Tornai a casa e mi misi a scrivere.

  • Nel romanzo, due figure femminili si contrappongono: Isotta degli Atti, l’amata del Signore di Rimini, e Polissena Sforza, la moglie. E traspare chiaramente il contrasto tra le due. Quali ripercussioni ebbe l’amore tra Isotta e Sigismondo sulla Signora di Rimini?

Polissena Sforza è una donna che ho imparato ad amare durante la stesura del romanzo. Inizialmente ne avevo offerto un ritratto sbiadito e stereotipato, poi un giorno ho iniziato a comprenderla e ad amarla nella sua imperfezione e nell’incapacità di accettare il suo destino. Polissena avrebbe potuto condurre una vita agiata, magari ripagando con la stessa moneta i tradimenti del marito, ma non ci riuscì. Non ci riuscì perché, nonostante il suo matrimonio col signore di Rimini fosse stato concordato per motivi politici, Polissena si era innamorata di Sigismondo, e avrebbe fatto qualunque cosa per farsi amare da lui. È un personaggio drammatico e forte che merita profondo rispetto.

  • Al centro di questa vicenda, troviamo il monumento funebre (e il famoso sigillo) che Sigismondo fece erigere con lo scopo di rendere pubblico il suo amore per Isotta. Quale impatto ebbe tale scelta nella vita dei protagonisti e nella società dell’epoca? 

Il sepolcro di Isotta è una delle più belle dichiarazioni d’amore della storia. Il monogramma con la S e la I intrecciate è l’eterno abbraccio di due innamorati. S e I rappresenta l’unione fra Sigismondo e Isotta, ma significa anche Sempre Insieme. È un simbolo d’amore a tutti gli effetti.Sigismondo Pandolfo Malatesta, decise di tradurre in arte i suoi sentimenti per Isotta, a dimostrazione che mai, per nessun motivo, l’avrebbe rinnegata. Il suo amore sarebbe rimasto scritto per sempre nella pietra. Quel messaggio era indirizzato a Isotta, alla gente e alle generazioni future. Intatto è giunto fino a noi per dirci che l’amore esiste. Sembra banale ma non lo è affatto, soprattutto perché a lanciare questo messaggio è un uomo austero, e di potere. Un politico, un condottiero coraggioso che non esitò a mettere in gioco la sua reputazione pur di dimostrare a Isotta quanto l’amasse. Non ebbe paura di apparire ridicolo agli occhi degli altri. Se pur sposato con la figlia del futuro duca di Milano, Sigismondo volle che il sepolcro di Isotta fosse decorato con tutti i simboli della dinastia malatestiana. Per lo stesso motivo inondò il Tempio delle loro iniziali intrecciate. Ancora oggi, chi entra nel Duomo di Rimini, consapevole della sua storia, non può non respirare il profumo intenso di questo grande amore.

  • Possiamo definire raro un amore come quello che ha unito i due protagonisti nella vita dei potenti Signori rinascimentali?

L’amore di Sigismondo e Isotta è esemplare perché Sigismondo Pandolfo Malatesta ebbe il coraggio di sfidare convenzioni sociali e pregiudizi, premiando i sentimenti a scapito della ragion di stato. Più che una rarità, un unicum per quei tempi, in cui i sentimenti erano considerati poco più che un inutile dettaglio.

  • Per quanto riguardo Sigismondo Pandolfo Malatesta, fu considerato uno dei più audaci condottieri del suo tempo, già dai suoi contemporanei. Ma cosa può dirci di più sul suo conto?

Sigismondo è un uomo caleidoscopico, da osservare sotto diverse prospettive. È stato un invincibile condottiero, un politico capace di portare la sua signoria allo splendore, un poeta, e un fine mecenate. Ricordiamo che riuscì a portare a Rimini tre assi del Rinascimento come Filippo Brunelleschi, Piero della Francesca e Leon Battista Alberti che, grazie a lui, realizzò nel Tempio Malatestiano, la prima facciata del Rinascimento italiano. Oltre a questo, posso dire con certezza che Sigismondo fu un uomo riconoscente verso i suoi antenati, tenero verso i figli che vide morire, assetato di sapere, innamorato della sua città e capace di forti passioni. 

  • Parlando, invece, di altri due personaggi agli antipodi, Abio e Dorotea, sono realmente esistiti o sono frutto di fantasia? 

Abio e Dorotea sono rispettivamente l’anima nera e l’anima bianca del romanzo. Due persone che hanno avuto un ruolo determinante nella vita di Sigismondo e Isotta. Per quanto riguarda la loro esistenza, preferisco mantenere un po’ di mistero. Un professore dell’università di Urbino mi ha detto che un romanzo storico è ben scritto quando non si discerne la realtà dalla fantasia! 

  • Isotta è rimasta al fianco del suo amato fino alla fine, anche quando una guerra con il papa Pio II lo ha condotto alla rovina. Qual è stato il segreto di un amore così forte e inusuale per l’epoca?

Oggi come allora, solo i grandi amori resistono alle intemperie della vita. 

  • Come le è stato possibile, attraverso le fonti, ricostruire questo amore così importante? 

La ricostruzione della vita pubblica e privata di Sigismondo e Isotta, è stata lunga e complessa, proprio per carenza di fonti. Ho letto molto di quanto è stato pubblicato, e ho visitato tutti i luoghi in cui il Malatesta ha vissuto e combattuto. Sono andata anche al Louvre a vedere il ritratto di Piero della Francesca.  Posso asserire che le fonti più importanti me le ha fornite proprio Sigismondo.“Il liber Isottaeus” che cito al termine dei capitoli, è un romanzo amoroso in trenta elegie che venne commissionato dal signore di Rimini a Basinio da Parma. Grazie ai suoi versi ho compreso dinamiche come la gelosia di Isotta, la disapprovazione della relazione da parte di suo padre, l’assoluta venerazione di Sigismondo nei confronti della purezza della fanciulla che gli aveva conquistato il cuore. E poi, il re delle fonti per me, è stato il Tempio Malatestiano di Rimini. Vi ho trascorso intere giornate. Ho compreso che ogni cosa che contiene ha un senso. Come ho scritto nel romanzo: “Il Tempio parla a chi lo sa ascoltare”.

  • Cosa può insegnare questa storia all’uomo del XXI secolo? 

Insegna che la vita va vissuta fino in fondo con dignità e passione. Sigismondo non è passato alla storia come un vincitore, anche se per me lo è stato eccome. Lo è stato perché non si è piegato ai poteri forti, perché non è sceso a compromessi, perché si nutriva d’arte e di bellezza, perché conosceva la riconoscenza, perché ha compreso il senso della vita e, soprattutto, perché è stato un uomo che ha saputo amare.

Il grande successo di questo romanzo ha generato in  molti lettori e lettrici il desiderio di visitare i luoghi di Sigismondo e Isotta e in tanti hanno scritto all’autrice chiedendo informazioni in merito. Per questo motivo è nato il team di #inviaggioconsigismondoeisotta, che presto avrà un sito dedicato e che si occupa proprio delle visite ai luoghi che sono stati testimoni del grande amore tra i protagonisti. Per il momento, per chiunque fosse interessato, può rivolgersi a Maria Cristina Maselli, sul suo profilo Instagram, la quale provvederà a inoltrare domande e richieste al team. 

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Tempesta maledetta

2020: mentre imperversa la pandemia da coronavirus, a Londra viene ritrovato il cadavere di un noto gallerista, Thomas Middleshow. Il ricercatore, esperto in crimini d’arte, Gil Eckhart viene chiamato ad indagare sull’omicidio, che non resterà l’unico. Una serie di delitti, che si espande anche a Venezia, sembra ruotare intorno al dipinto La tempesta di Giorgione.
1510: a Venezia, mentre dilaga la peste, il pittore Giorgione fugge dal suo studio, in pena per la sua amata Florenza, e si nasconde a casa del dottor Forte, suo caro amico, per fuggire dagli uomini di Gabriele Vendramin, di cui Florenza è l’amante.
Tra spregiudicati commercianti d’arte, galleristi senza scrupoli e volgari ladri, si svolge la trama del nuovo romanzo di Alex Connor, “Tempesta maledetta”, edito da Newton Compton Editori.
Un racconto che si sviluppa su doppia linea temporale, in cui l’autrice mette a confronto l’epidemia di peste e di covid-19, facendo emergere le stesse paure, le stesse insicurezze, le medesime reazioni e le uguali teorie complottiste.
Alex Connor descrive, infatti, una Londra dell’agosto 2020, tra saccheggi, minacce di atti terroristici e follia collettiva, in bilico tra realtà e distopia, donando una panoramica di quel passato vicinissimo che ci pare già tanto lontano.
Un’indagine serrata, dal ritmo scorrevole e dal sapore di un giallo d’altri tempi, in cui ogni sospettato ha un movente, ma nessun indizio contro di lui;  un trama miscelata con la giusta dose di suspense, principale ingrediente dei thriller storici di Alex Connor, che rende la lettura piacevole ed appassionante.
Inoltre, l’abilità dell’autrice permette di far emergere la dinamicità di un’indagine apparentemente statica a causa delle restrizioni nelle quali si trova ad operare il protagonista.  
Due epoche storiche lontane legate da un filo invisibile che passa attraverso l’arte di uno dei più importanti pittori rinascimentali italiani, il veneziano Giorgione; due momenti della storia segnati da una piaga terribile, il cui confronto permette di capire quanto l’animo umano sia rimasto lo stesso, oggi come allora.

Luoghi della Storia

La Storia inaspettata


Durante il mio recente viaggio in Puglia, mi sono imbattuta in una piacevole sorpresa.
In quella che sembrava una normale spiaggia della costa adriatica, ho scoperto una storia antichissima e affascinante.
Il luogo è Torre Santa Sabina, frazione del comune di Carovigno, in provincia di Brindisi. In località Mezzaluna, a lato della spiaggia, c’è un parco archeologico poco conosciuto tra gli scogli.
Qui, ho scoperto resti di popolamenti preistorici. Questo sito era, infatti, utilizzato fin dal VII secolo a.C. come scalo portuale dell’antica città messapica di Karbina; un porto molto importante, ampiamente frequentato dalle navi mercantili oggetto dei traffici con la Grecia. Sono qui visibili i buchi dei pali che delimitavano l’insediamento umano. Certamente nulla di eclatante, ma ugualmente affascinante, sufficiente a provocare quei brividi sottopelle che scorrono al pensiero che, in questi luoghi, migliaia di anni fa, già vivevano delle persone, con le loro vite così diverse, ma in fondo così simili alle nostre.
Questa parte di costa, in età romana, divenne parte della via Traiana, e qui era presente una “mansio ad Speluncae”, ossia una stazione di posta che forniva ospitalità ai viandanti e ricovero ai cavalli, formata da grotte e anfratti frequentati da chi vi transitava.
Presso il porticciolo di questa località, poi, in età medievale era situato l’Ospedale dei Cavalieri Teutonici, documentato dal 1226.
Durante il medioevo, infatti, questa zona era molto frequentata da pellegrini, viaggiatori e mercanti diretti in Terrasanta alla riconquista del Sepolcro di Gerusalemme ed era presente la Dogana, perciò oggetto di incursioni di pirati e saraceni, per le quali fu necessaria la costruzione di una torre, verso la fine del XIII secolo. La leggenda narra che fu costruita addirittura dai Templari per avvisare i pellegrini dei pericoli in arrivo dal mare, mentre percorrevano questo tratto di strada verso le Crociate.
La torre oggi visibile, però, non è quella medievale, ma è quella costruita nel XVI secolo per opera del Vicerè De Riberia come torre di avvistamento antisaraceno.
In epoca rinascimentale, infatti, questa zona era considerata l’ultimo baluardo verso l’Oriente da cui provenivano i temuti turchi.
A rendere interessante questo sito è anche il relitto di una nave romana del IV secolo d.C., a 2,5 metri di profondità, a pochi metri dalla riva.
Un passato davvero molto interessante per questa piccola località turistica della costa pugliese che mi ha fatto emozionare pensando ai pellegrini e ai mercanti che hanno sostato in questi luoghi per rifocillarsi e riposarsi prima di salpare alla volta della Terrasanta, oppure immaginando galee di pirati in arrivo dal mare, pronti a scorribande e ruberie in terraferma. 
Questi sono i tesori che rendono unico il nostro Paese, che non è fatto soltanto di meravigliosi e celeberrimi siti come Pompei o di incantevoli città d’arte come Roma, Firenze e Venezia.
Ogni angolo della nostra Terra può nascondere tesori inaspettati che raccontano la straordinaria storia di un Paese unico al mondo.

Per vivere le impagabili emozioni che la Storia sa regalare, è sufficiente avere gli occhi per cercarla. Ovunque.

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Giulio II

Un romanzo storico deve trascinare il lettore indietro nel tempo, isolarlo dal presente e fargli credere di trovarsi esattamente nel periodo di cui si narra.
Alessandra Selmi ha perfettamente centrato questo obiettivo, nel primo capitolo della saga dedicata ad uno dei più discussi papi della storia,  Giulio II, “Le origini del potere“, edito dalla casa editrice Nord.
Attraverso l’oculata scelta del linguaggio utilizzato e la sapiente descrizione delle scene, l’autrice racconta, in un arco temporale che va dal 1471 al 1503, la vita di un ragazzo insicuro che diventò un uomo forte, un personaggio imponente, meritando l’appellativo di papa guerriero, impetuoso e irascibile come il mare che gli ha dato i natali.
Una vita perennemente in lotta contro il suo più acerrimo nemico, il cardinale Rodrigo Borgia.
Ripercorrendo gli episodi più importanti della vita di Giuliano della Rovere, dall’elezione al soglio di Pietro dello zio Francesco della Rovere, ne descrive nettamente il carattere e la psicologia.
Dal racconto, infatti, emergono con chiarezza le contraddizioni che caratterizzano il protagonista. Un uomo facile all’ira, dispotico e prepotente; attento ai giochi di potere, costretto a guardarsi le spalle da nemici ostili, molto vicini, come il cardinale Borgia e suo cugino, il signore di Imola, Girolamo Riario.
La Selmi, inoltre, ci restituisce personaggi perfetti, abilmente caratterizzati, riuscendo a rendere l’idea dei temperamenti di ognuno, tanto che al lettore appaiono vivi e presenti. Attraverso le sue parole si ha, infatti, l’impressione di essere reali spettatori dei dialoghi tra i personaggi, di percepire le diverse inclinazioni dei toni della voce di ognuno.
La narrazione estremamente fluida e affascinante rende il romanzo oltremodo coinvolgente e piacevole.
Un viaggio emozionante nella Roma rinascimentale in grado di soddisfare anche i lettori più esigenti, che rimarranno rapiti da questo romanzo che racconta, con evocazione e estrema suggestione, la prima parte dell’epopea di un grande papa.