Un libro è un amico, un compagno di viaggio e di avventura, un forziere di emozioni; dona la possibilità di vivere la realtà che preferiamo, di conoscere e viaggiare nel tempo e nello spazio.
In occasione dell’uscita del suo ultimo libro, “I venturieri. La travolgente ascesa degli Sforza“, ho avuto il grande piacere di intervistare Carla Maria Russo in merito alla famiglia protagonista del romanzo. Ringrazio l’autrice per la disponibilità e vi auguro una buona lettura.
Il suo ultimo romanzo si colloca idealmente come terzo capitolo di una saga, iniziata con “La bastarda degli Sforza” e proseguita con “I giorni dell’amore e della guerra”, dedicata alla famiglia Sforza. Perché ha scelto, tra le molte importanti dinastie italiane, di raccontare le vicende proprio di questafamiglia?
In realtà, inizialmente ho scelto di raccontare la storia di Caterina Sforza, donna dal carattere e dalla vita estremamente interessanti. Questo, ovviamente, mi ha portato a conoscere molto da vicino la corte degli Sforza e dunque a incuriosirmi sulle loro origini. Ho trovato in effetti una storia molto avventurosa ed avvincente, dal momento che sono partiti da origini umilissime. Così ho deciso che mi sarebbe piaciuto narrarla.
La famiglia Sforza si pone come la seconda casata, seguita ai Visconti, che ha guidato il ducato di Milano tra il Tardo Medioevo e il Rinascimento, prima dell’inizio delle dominazioni straniere. Tra Visconti e Sforza, quale fu la famiglia che più contribuì a fare di Milano una delle più importanti città italiane? E quali differenze possiamo cogliere tra i loro governi?
Sicuramente anche i Visconti hanno guidato il ducato con una certa capacità, in particolare con Gian Galeazzo Visconti, il quale tentò, senza riuscirci, di ampliare i confini dello stato espandendosi verso il centro Italia. Tuttavia il governo dei Visconti venne spesso vissuto dal popolo come dispotico e inutilmente crudele. Migliore fu il governo degli Sforza, in particolare di Francesco e Ludovico il Moro, soprattutto per lo sviluppo che seppero imprimere all’economia, promuovendo nuovi settori che avrebbero poi fatto la fortuna della Lombardia anche nei secoli successivi: la coltivazione del riso per scopi alimentari, ad esempio, quella del gelso, che permise di avviare la produzione della seta, il grande impulso dato a tutto il settore tessile, a quello meccanico e così via.
Ne “I venturieri. La travolgente ascesa degli Sforza”, ci racconta del grande amore tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, la coppia che celebrò il passaggio dal dominio Visconti a quello degli Sforza; una vera rarità per l’epoca. Da quali fonti storiche ha potuto constatare l’esistenza di questo forte legame tra loro?
Da molteplici documenti. Basta leggere, ad esempio, la corrispondenza fra i due sposi o anche solo l’orazione funebre che Bianca pronunzia ai funerali del marito, così carica di affetto, di accorato rimpianto, di rimproveri a se stessa per aver spesso perseguitato Francesco con la sua gelosia. Il loro è stato un rapporto di amore ma anche di reciproca stima, come dimostra il fatto che Bianca è sempre stata associata a suo marito nella guida del ducato e sua ascoltatissima consigliera.
Relativamente a tale rapporto, nel corso del romanzo, più volte, assistiamo all’esposizione, da parte di Francesco Sforza, della teoria della diversità tra uomo e donna, che riflette la condizione della donna in quell’epoca. Per quale motivo ha sentito l’esigenza di ripetere questo concetto?
Perché i loro scontri su questo punto erano frequentissimi, a causa della gelosia di Bianca per i continui tradimenti di Francesco. Questo è stato forse il più forte motivo di disaccordo nel loro rapporto coniugale (l’altro è stato l’educazione del primogenito Galeazzo). Francesco incarna in tutto e per tutto un’ideologia, diremmo oggi, fortemente maschilista: il concetto di fedeltà, tassativo e ineludibile per Bianca, diventava molto più elastico per se stesso, al quale le avventure erano non solo concesse ma giustificate, sia come conseguenza della “natura virile degli uomini”, sia perché, in fondo, nulla sottraggono all’amore per la moglie, cui riteneva di essere fedele “nel cuore”. Bianca però, respingeva con veemenza questi argomenti, non solo perché era gelosissima del marito ma perché considerava il tradimento un insulto alla sua dignità di donna. Se la fedeltà è un valore, affermava Bianca, allora lo è per tutti, maschi e femmine. Ma non riuscirà mai a persuadere il marito. Da qui le frequenti liti e recriminazioni.
Leggendo il romanzo appaiono nette le differenze delle personalità e degli atteggiamenti dei tre esponenti della famiglia Sforza, Muzio, Francesco e Galeazzo Maria. Dal primo, concreto e valoroso, abituato a conquistare le vittorie con la propria spada, si arriva a Galeazzo Maria, arrogante e perfido, convinto che tutto gli fosse dovuto. Quale fu il duca Sforza peggiore?
Ovviamente il peggiore dei tre fu Galeazzo, che Bianca, forse a ragione, sospettava di avere ereditato alcuni disturbi caratteriali dei suoi avi Visconti. In effetti, esistono molte lettere dei suoi insegnanti che ne denunciano il carattere prepotente, vendicativo e spesso propenso a manifestazioni di eccessiva e inutile crudeltà. Di sicuro, poi, non aiutò l’approccio educativo da parte dei genitori, che fu molto contrastante: tollerante e permissivo da parte di Francesco, che considerava gli eccessi del figlio un problema legato all’età, destinato a correggersi da solo con il tempo, molto severo e rigoroso da parte di Bianca, che fu lasciata sola nel tentativo di correggere il ragazzo e inculcargli dei valori, dei limiti ai suoi impulsi eccessivi. A ciò va aggiunto che Galeazzo Maria Sforza avvertì quasi certamente il peso del confronto con quei due giganti che furono suo padre e suo nonno, vittoriosi e immensi in ogni campo e forse lo tormentò la consapevolezza di non essere alla loro altezza.
Un personaggio del romanzo che, indubbiamente, colpisce molto è Filippo Maria Visconti, l’ultimo duca di questa famiglia, dalla personalità molto particolare, che nel romanzo la sua penna è riuscita a restituire in modo molto nitido. Filippo Maria è stato davvero un personaggio così negativo?
Su Filippo Maria Visconti ho trovato una fonte inconfutabile: il suo segretario, cancelliere e amico carissimo Pier Candido Decembrio, il quale ha scritto una “Vita di Filippo Maria Visconti” che è stata per me fonte inesauribile di notizie. Certo, Filippo era una persona problematica e disturbata, afflitto com’era da difetti fisici e turbe caratteriali. Secondo Pier Candido Decembrio, molte delle sue ossessioni e disturbi trovavano una giustificazione nella destabilizzante storia familiare che si portava alla spalle, fatta di violenze, persecuzioni e crudeltà di ogni genere.
A quale dei personaggi si è avvicinata maggiormente durante la stesura del romanzo?
Mi avvicino a tutti personaggi perché il mio compito è rendere in maniera efficace la psicologia e la personalità di ognuno.
Nel romanzo si ritrovano alcuni aneddoti curiosi, come il vezzo di Francesco Sforza di tingersi i capelli. Questi particolari sono citati in fonti storiche o rientrano nella parte romanzata della storia?
No, sono documentati e narrati da cronachisti dell’epoca.
Un’ultima domanda. C’è un altro personaggio storico o un’altra famiglia intorno al quale le piacerebbe costruire un nuovo romanzo?
Al momento, no. Per ora mi godo un periodo di “interregno”.
Durante questo anomalo 2020 ho letto due romanzi storici che ho amato molto, usciti nella prima metà dell’anno: “Nel nome della pietra” di Cristina S. Fantini, edito da Piemme, e “Le origini del potere. La saga di Giulio II, il Papa guerriero”, scritto da Alessandra Selmi ed edito da Editrice Nord. Il primo ambientato nella Milano medievale, mentre il secondo nella Roma di Papa Giulio II. Proprio questa differente ambientazione ha fatto nascere in me il desiderio di mettere a confronto queste due epoche storiche e, a raggiungere l’obiettivo, mi hanno aiutato le autrici, con questa intervista doppia, per la quale le ringrazio profondamente.
Attraverso le loro risposte, proviamo così a confrontare Medioevo e Rinascimento.
“Nel nome della pietra” di Cristina S. Fantini, “Le origini del potere” di Alessandra Selmi. Due romanzi storici grandiosi, che trasportano il lettore indietro nel tempo, regalando uno spaccato di vita nei secoli passati. Qual è stata la spinta che vi ha fatto scegliere di raccontare questa storia?
FANTINI: Esiste una vasta letteratura sul Duomo di Milano. Storici, romanzieri, saggisti, poeti ne hanno celebrato la bellezza, il glorioso tripudio di guglie e statue ma ben pochi ne conoscono la genesi, visto che la fondazione risale al mese di maggio del 1386. Un incontro casuale, la richiesta di un racconto che avesse come protagonista Milano, una passeggiata in piazza Duomo: così è nato il desiderio di approfondire i segreti, l’origine, la storia di questa cattedrale sorta nel cuore più antico della metropoli lombarda. Da autrice di romanzi storici non potevo sottrarmi alla “sfida” che mi aveva ha lanciato il Duomo e da quel momento, per conoscere più a fondo questo nuovo protagonista delle mie storie, ho fatto un salto temporale dalla Roma Imperiale al Medioevo, nell’affascinante XIV secolo.
SELMI: Il personaggio. Conoscevo poco di Giulio II oltre a quello che avevo studiato (e dimenticato) sui libri di scuola. Approfondendo mi sono trovata davanti un vero personaggio da romanzo, pieno di contraddizioni e con molto da raccontare. Da quel momento è stato impossibile resistergli.
Quali difficoltà avete riscontrato nella stesura di romanzi che raccontano vite così lontane nel tempo dai giorni nostri?
FANTINI: Le difficoltà per la stesura di un romanzo storico sono molteplici, prima fra tutte il reperimento e l’interpretazione delle fonti. Devo confessare che, abituata a fare ricerca in un periodo storico ancora più lontano da noi, quello del I secolo, mi sono trovata molto più a mio “agio” con il Medioevo, periodo di cui abbiamo un’importante quantità di testimonianze scritte e fruibili. Visto che nel mio caso si tratta di un romanzo e non di un saggio, la maggiore difficoltà sta nel conciliare la realtà storica con la vicenda inventata senza stravolgere la prima o mal interpretarla. Prima ho studiato con metodo e critica confrontando fonti e documenti, poi ho elaborato il materiale acquisito e, infine, l’ho interpretato ai fini della trama.
SELMI: La vera difficoltà è stata trovare un equilibrio tra la necessità di essere fedele alla vera storia e il bisogno di non annoiare il lettore con un saggio storico, didascalico e cronachistico. Trovare, insomma, una via di mezzo tra la realtà storica e la finzione narrativa.
Medioevo e Rinascimento; due tra le più importanti città d’Europa: Milano e Roma. Com’erano la Milano medievale e la Roma a cavallo tra ‘400 e ‘500?
FANTINI: Per descrivere la Milano medievale ci vorrebbero pagine e pagine, mi limiterò a raccontarvi di una città cosmopolita densamente abitata con alle spalle un passato di conquiste, assedi e distruzioni, prima fra tutte quella dei Goti del 539, il più grande massacro nella storia di Milano, poi quella di Federico Barbarossa del 1161-1162; una città che non si è mai arresa, operosa di mercanti e artigiani che rivestiva un ruolo centrale già a partire dall’epoca imperiale romana, visto che fu capitale dell’Impero d’Occidente nel IV secolo. Durante i Comuni la spinta verso l’autonomia e l’indipendenza la portò più volte a scontrarsi con il potere imperiale germanico e, attraversata dai venti di cambiamento che investirono l’Europa, passò dall’esperienza comunale all’instaurazione dei regimi signorili e alle lotte intestine tra i Della Torre e i Visconti, fino alla trasformazione in ducato con questi ultimi e i loro discendenti, gli Sforza, che permisero a Milano di giocare un ruolo da protagonista nella politica europea del XIV e XV secolo. Una città sempre in movimento anche quella di oggi che ha affrontato guerre, stragi ed epidemie con la voglia di rialzare sempre la testa.
SELMI: I Della Rovere segnano il passaggio tra Medioevo e Rinascimento. Roma a quei tempi era una città piena di contraddizioni. Da un lato, era il centro del mondo culturale e finanziario, pregna di opportunità. Dall’altro era ancora una città pericolosa, ostaggio delle famiglie nobiliari che si contendevano il potere a colpi di spada. Il Tevere non aveva argini e periodicamente esondava portando morte, distruzione e malattia. Ma proprio in quegli anni, per intuito di alcuni uomini di grande sensibilità artistica, dal terreno venivano riportati alla luce tesori come il gruppo del Laocoonte. Una città incredibile, nel bene e nel male, scenario perfetto per un grande romanzo.
Al centro di entrambi i romanzi, si colloca la Chiesa. Ne “Nel nome della pietra”, infatti, la storia si svolge intorno alla costruzione del Duomo di Milano, la chiesa di Maria Nascente, che rappresenta un punto di svolta per la popolazione milanese della fine del ‘300. Allo stesso modo, ne “Le origini del potere”, protagonista del racconto è l’ascesa al potere di uno dei papi più famosi e controversi della storia, Giulio II. Qual era il ruolo della Chiesa nel Medioevo e nel Rinascimento? Cosa rappresentava per il popolo e quale peso aveva nello scacchiere politico europeo?
FANTINI: La Chiesa ha sempre avuto un ruolo primario nello scenario storico europeo, potere temporale e spirituale erano concentrati nella figura dei pontefici, vescovi e arcivescovi. Più che soldati di Cristo a quei tempi erano ambiziosi politici che sfidavano il potere secolare con eserciti di mercenari e capitani di ventura. La religione cristiana divenne quella ufficialecon Teodosio e l’editto di Tessalonica del 380, quando tutti gli altri culti furono messi al bando; il cristianesimo poté quindi espandersi a dismisura e impero e religione vennero a coincidere, nell’ottica di creare un “impero universale cristiano” di cui il potere politico era fondamento imprescindibile. La caratteristica del primo cristianesimo fu l’eterogeneità del culto e delle stesse istituzioni; soprattutto nell’alto Medioevo il controllo centrale era più labile e frammentato, così come coesistevano e proliferavano diverse interpretazioni del Vangelo. Lo stesso papato non aveva alcuna supremazia effettiva sugli altri episcopati, solo a partire dal V secolo cominciò un processo di affermazione dei vescovi di Roma, che pretesero e ottennero di essere successori del primo apostolo, Pietro. La Chiesa si pose quindi al servizio della società in più ambiti, divenne tramite tra mondo materiale e spirituale con la fondazione di monasteri e ordini monastici, unico fulcro della cultura che diffondeva l’istruzione. Papa Gregorio I Magno (590-604) rinnovò la Chiesa a tal punto da renderla una vera forza di potere e nell’VIII secolo essa diverrà uno stato secolare a tutti gli effetti. Con queste premesse, possiamo dire che nel secolo che ci interessa, il XIV, la Chiesa fa parte della vita quotidiana di tutti, profondamente radicata nel tessuto sociale, negli usi, nell’arte e nella cultura. È il periodo delle grandi cattedrali della cristianità, di quell’anelito che porterà l’uomo a costruire “ponti” di marmo e pietra volti a unire Terra e Cielo, Dio e i mortali, anelito magistralmente concretizzato dagli edifici più maestosi costruiti in tutta Europa come la cattedrale di Colonia, di Reims, di Notre Dame, il duomo di Firenze e lo stesso duomo di Milano, connubio tra l’ultimo gotico e la più terrena arte lombarda.
SELMI: La Chiesa a quel tempo era cosa ben diversa da quella che abbiamo in mente oggi. Era, prima di tutto, uno Stato, con confini e interessi da difendere, e il Pontefice era un capo di Stato, che ambiva a preservare e allargare il proprio potere. Oltre a essere potentissima, la Chiesa era anche molto ricca e di questa ricchezza le alte cariche facevano grande sfoggio, con buona pace dei principi di uguaglianza e povertà ispirati al Cristianesimo. La Chiesa del tempo non si faceva scrupolo a fare la guerra per i propri interessi, nonostante predicasse la pace. Era dunque un coacervo di contraddizioni che oggi sarebbe difficile comprendere. Queste contraddizioni erano viste dai più e tollerate come mali necessari, specie nelle fasce più povere della popolazione, ma proprio in quei tempi iniziano a germogliare movimenti di protesta per la condotta scellerata degli uomini di Chiesa.
Protagonisti di questi romanzi sono, da una parte due gemelli separati alla nascita in quanto frutto di un amore illegittimo, e dall’altra il giovane Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II. Quali caratteristiche del Medioevo e quali del Rinascimento sono incarnate da questi personaggi?
FANTINI: Nei primi secoli dopo Cristo si affermò la dottrina dualistica, secondo la quale oltre al dio benevolo esisteva anche un dio contrapposto al primo, maligno. Il pensiero medievale ci tramanda una partizione dell’essere umano in due elementi ovvero l’anima e il corpo, duplicità che scopre e giustifica la somiglianza con Dio e, nello stesso tempo, la natura mortale e peccatrice. Intelletto, Fede, anima e mortalità per tutto il Medioevo saranno oggetto di studio, di valutazione, di discussione e nasceranno movimenti ed eresie che la Chiesa condannerà a più riprese. Per la creazione dei gemelli mi sono ispirata al concetto di bene e male, di chiaro e scuro, di luce e ombra anche se sono entrambi personaggi positivi.
SELMI: Giuliano della Rovere è un uomo tipicamente rinascimentale, che incarna la natura stessa del proprio tempo. Pieno di contraddizioni egli stesso, uomo di Chiesa che tuttavia non si fece scrupoli a scendere in guerra, frate che fece voto di povertà e detenne poi grandissime ricchezze. Ma anche grandioso mecenate artistico di gusto raffinato e, diremmo oggi, illuminato “talent scout”: grazie a lui oggi abbiamo il Vaticano che tutti conosciamo, i Musei Vaticani, la Cappella Sistina. Della Rovere scoprì e portò alla massima fama artisti come Michelangelo, Bramante, Raffaello. Metà della città di Roma che vediamo oggi e che attira turisti da tutto il mondo è merito di questo papa straordinario.
Mentre ne “Nel nome della pietra”, nel raccontare le vicende dei protagonisti risulta molto importante la ricostruzione del contesto storico nel quale si svolge la trama, ne “Le origini del potere”, fondamentale è l’attinenza del racconto alla biografia del protagonista. Quale metodo avete utilizzato per la ricostruzione del contesto, da un parte, e della biografia e del carattere di un grande personaggio, dall’altra?
FANTINI: La trama del mio romanzo non poteva prescindere da una ricostruzione storica fedele del contesto storico e sociale della Milano del tempo. Strade, contrade, porte, uno studio urbanistico e artistico della città trecentesca sono stati punto di partenza essenziale. Il protagonista del romanzo è in realtà il Duomo, costruzione architettonica che andò a occupare gran parte della zona centrale della città, il “cuore” antichissimo, quindi dovevo dare ai lettori la sensazione di “vivere” e muoversi insieme ai protagonisti in quello scenario così diverso e lontano nel tempo. Piantine della città, racconti dei contemporanei, descrizioni delle vie milanesi consultate sono state parte essenziale di questo studio e, oserei dire, di scoperta.
SELMI: Ho letto moltissimo e fatto ricerca, senza escludere nessun mezzo, incluse le più recenti serie tv. È stato un lavoro di ricerca durato circa due anni, molto impegnativo per me soprattutto che non sono uno Storico di professione. Una piccola parte, poi, l’ho lasciata libera di divagare e divertirsi, assumendomi il rischio – tutto sommato limitato – di sbagliare: in fondo, un papa di cinquecento anni fa era comunque un uomo, mosso dagli stessi sentimenti che muovono anche noi oggi. Non dobbiamo pensare alla gente di allora come a degli extraterrestri: le ricerche che ho svolto mi hanno dato conferma che in mezzo millennio non siamo cambiati poi molto.
In entrambi i romanzi, anche l’amore trova la sua giusta collocazione, sia per i due fratelli Pietro e Alberto, sia per l’irascibile Giuliano della Rovere, amante della bella Lucrezia dei Normanni. Com’era l’amore nel Medioevo e, invece, quale ruolo aveva nella vita di uomo importante come Giuliano della Rovere?
FANTINI: Amore e piacere erano strettamente connessi ma demonizzati. Al primo si dava un significato spirituale, al secondo si attribuiva un significato carnale legato al sesso. I piaceri sensuali però erano condannati dalla Chiesa, secondo quest’ultima artifici escogitati dal demonio per allontanare gli uomini dalla salvezza e precipitarli nella dannazione. Un celebre trattato del XII secolo, il De amore di Andrea Cappellano, dava dell’amore una lettura intellettuale: nasceva dalla vista perché l’occhio era lo “specchio del cuore”, vedere e innamorarsi era tutt’uno. Infine ci si dichiarava con lo scopo di ottenere carezze, baci, sospiri e veri e propri poemi cantati dai menestrelli. Nella realtà, si corteggiava la fanciulla oggetto del proprio amore anche se il matrimonio vero e proprio, soprattutto tra le classi più abbienti, sanciva un vero e proprio “affare” regolato da contratti firmati dalle rispettive famiglie. Si spiega così la grande quantità di relazioni extraconiugali e il gran numero di figli illegittimi. Un Medioevo moralista, sessuofobo ma solo in apparenza visto che non è possibile etichettare un periodo di mille anni come omogeneo. L’amore e l’innamoramento però esistevano e, senza dubbio, nelle classi meno abbienti dove legami politici o economici, ambizioni e alleanze non erano essenziali per tramandare una dinastia, mi piace pensare che uomini e donne vivessero un amore più terreno e vicino al nostro, sempre regolato però dal rispetto delle regole che la Chiesa imponeva.
SELMI: Anche in questo ambito Giuliano della Rovere era un uomo pieno di contraddizioni: era un frate, tanto per cominciare, e aveva fatto voto di castità. Sappiamo però per certo che ebbe una figlia da Lucrezia Normanni, che riconobbe e a cui diede il proprio cognome: non ne fece dunque un mistero. Qualcuno diceva però che fosse omosessuale e che avesse relazioni con lo stesso Michelangelo. Altri sostengono che queste voci fossero state messe in circolazione al solo scopo di danneggiarlo. Quale sia la verità non è dato sapere, ma una certezza l’abbiamo: l’amore è sempre l’amore, da oltre quattromila anni e forse da ancor prima!
Un’ultima domanda. Quale aspetto dei periodi storici che avete raccontato vi affascina di più e quale, invece, rifiutate? Per Alessandra Selmi, quale lato del carattere e della vita di Giuliano della Rovere ti ha colpito maggiormente?
FANTINI: Non ho mai guardato da questo punto di vista il periodo storico affrontato nel romanzo, anzi sono rimasta affascinata dai suoi molteplici aspetti. La vita quotidiana, molto diversa dalla nostra, era una lotta per sopravvivere sia in campagna che in città e l’approccio alla morte era visto come la naturale conclusione di un periodo che portava all’immortalità dell’anima e quindi all’incontro con Dio. Direi piuttosto che ne sono rimasta completamente affascinata, visto che mi ha trasportato in una dimensione sociale e religiosa che conoscevo poco. Nessun rifiuto quindi, bensì una nuova consapevolezza. L’uomo, tutto sommato, non ha mai cambiato la sua natura più profonda anche se epoche ed eventi hanno imperversato sull’umanità in ogni epoca e nei più svariati contesti.
Quando leggiamo un romanzo storico, inevitabilmente, nasce in noi la voglia di approfondire la conoscenza dei loro protagonisti, persone realmente esistite che hanno vissuto in un passato così lontano dal nostro presente. A questo proposito, ho avuto il piacere di intervistare Maria Cristina Maselli, autrice di un romanzo che ho amato molto: “Sigismondo e Isotta”, edito da Piemme, che racconta la meravigliosa storia d’amore tra Isotta degli Atti e Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini. Ecco come ha risposto alle mie curiosità:
Quale motivo l’ha spinta a raccontare la storia di Sigismondo Malatesta e Isotta degli Atti?
Ho scoperto dell’esistenza di Sigismondo e Isotta casualmente, durante una ricerca storica. Nonostante avessi frequentato la Romagna sin da bambina, nessuno mi aveva mai parlato di questi due personaggi immensi. Pensai che qualcuno avesse scritto di loro, così mi recai in libreria, per acquistare un libro che raccontasse la loro storia. Scoprii con sorpresa che non esisteva. Approfondii le mie conoscenze acquistando saggi e volumi universitari. Poi, un giorno, mi recai al Tempio Malatestiano di Rimini, il luogo in cui sono sepolti e che racconta la loro storia. Al cospetto di ogni cappella, provai emozioni così intense da indurmi a profonde riflessioni. Compresi che qualcosa nella mia vita sarebbe cambiato per sempre. Tornai a casa e mi misi a scrivere.
Nel romanzo, due figure femminili si contrappongono: Isotta degli Atti, l’amata del Signore di Rimini, e Polissena Sforza, la moglie. E traspare chiaramente il contrasto tra le due. Quali ripercussioni ebbe l’amore tra Isotta e Sigismondo sulla Signora di Rimini?
Polissena Sforza è una donna che ho imparato ad amare durante la stesura del romanzo. Inizialmente ne avevo offerto un ritratto sbiadito e stereotipato, poi un giorno ho iniziato a comprenderla e ad amarla nella sua imperfezione e nell’incapacità di accettare il suo destino. Polissena avrebbe potuto condurre una vita agiata, magari ripagando con la stessa moneta i tradimenti del marito, ma non ci riuscì. Non ci riuscì perché, nonostante il suo matrimonio col signore di Rimini fosse stato concordato per motivi politici, Polissena si era innamorata di Sigismondo, e avrebbe fatto qualunque cosa per farsi amare da lui. È un personaggio drammatico e forte che merita profondo rispetto.
Al centro di questa vicenda, troviamo il monumento funebre (e il famoso sigillo) che Sigismondo fece erigere con lo scopo di rendere pubblico il suo amore per Isotta. Quale impatto ebbe tale scelta nella vita dei protagonisti e nella società dell’epoca?
Il sepolcro di Isotta è una delle più belle dichiarazioni d’amore della storia. Il monogramma con la S e la I intrecciate è l’eterno abbraccio di due innamorati. S e I rappresenta l’unione fra Sigismondo e Isotta, ma significa anche Sempre Insieme. È un simbolo d’amore a tutti gli effetti.Sigismondo Pandolfo Malatesta, decise di tradurre in arte i suoi sentimenti per Isotta, a dimostrazione che mai, per nessun motivo, l’avrebbe rinnegata. Il suo amore sarebbe rimasto scritto per sempre nella pietra. Quel messaggio era indirizzato a Isotta, alla gente e alle generazioni future. Intatto è giunto fino a noi per dirci che l’amore esiste. Sembra banale ma non lo è affatto, soprattutto perché a lanciare questo messaggio è un uomo austero, e di potere. Un politico, un condottiero coraggioso che non esitò a mettere in gioco la sua reputazione pur di dimostrare a Isotta quanto l’amasse. Non ebbe paura di apparire ridicolo agli occhi degli altri. Se pur sposato con la figlia del futuro duca di Milano, Sigismondo volle che il sepolcro di Isotta fosse decorato con tutti i simboli della dinastia malatestiana. Per lo stesso motivo inondò il Tempio delle loro iniziali intrecciate. Ancora oggi, chi entra nel Duomo di Rimini, consapevole della sua storia, non può non respirare il profumo intenso di questo grande amore.
Possiamo definire raro un amore come quello che ha unito i due protagonisti nella vita dei potenti Signori rinascimentali?
L’amore di Sigismondo e Isotta è esemplare perché Sigismondo Pandolfo Malatesta ebbe il coraggio di sfidare convenzioni sociali e pregiudizi, premiando i sentimenti a scapito della ragion di stato. Più che una rarità, un unicum per quei tempi, in cui i sentimenti erano considerati poco più che un inutile dettaglio.
Per quanto riguardo Sigismondo Pandolfo Malatesta, fu considerato uno dei più audaci condottieri del suo tempo, già dai suoi contemporanei. Ma cosa può dirci di più sul suo conto?
Sigismondo è un uomo caleidoscopico, da osservare sotto diverse prospettive. È stato un invincibile condottiero, un politico capace di portare la sua signoria allo splendore, un poeta, e un fine mecenate. Ricordiamo che riuscì a portare a Rimini tre assi del Rinascimento come Filippo Brunelleschi, Piero della Francesca e Leon Battista Alberti che, grazie a lui, realizzò nel Tempio Malatestiano, la prima facciata del Rinascimento italiano. Oltre a questo, posso dire con certezza che Sigismondo fu un uomo riconoscente verso i suoi antenati, tenero verso i figli che vide morire, assetato di sapere, innamorato della sua città e capace di forti passioni.
Parlando, invece, di altri due personaggi agli antipodi, Abio e Dorotea, sono realmente esistiti o sono frutto di fantasia?
Abio e Dorotea sono rispettivamente l’anima nera e l’anima bianca del romanzo. Due persone che hanno avuto un ruolo determinante nella vita di Sigismondo e Isotta. Per quanto riguarda la loro esistenza, preferisco mantenere un po’ di mistero. Un professore dell’università di Urbino mi ha detto che un romanzo storico è ben scritto quando non si discerne la realtà dalla fantasia!
Isotta è rimasta al fianco del suo amato fino alla fine, anche quando una guerra con il papa Pio II lo ha condotto alla rovina. Qual è stato il segreto di un amore così forte e inusuale per l’epoca?
Oggi come allora, solo i grandi amori resistono alle intemperie della vita.
Come le è stato possibile, attraverso le fonti, ricostruire questo amore così importante?
La ricostruzione della vita pubblica e privata di Sigismondo e Isotta, è stata lunga e complessa, proprio per carenza di fonti. Ho letto molto di quanto è stato pubblicato, e ho visitato tutti i luoghi in cui il Malatesta ha vissuto e combattuto. Sono andata anche al Louvre a vedere il ritratto di Piero della Francesca. Posso asserire che le fonti più importanti me le ha fornite proprio Sigismondo.“Il liber Isottaeus” che cito al termine dei capitoli, è un romanzo amoroso in trenta elegie che venne commissionato dal signore di Rimini a Basinio da Parma. Grazie ai suoi versi ho compreso dinamiche come la gelosia di Isotta, la disapprovazione della relazione da parte di suo padre, l’assoluta venerazione di Sigismondo nei confronti della purezza della fanciulla che gli aveva conquistato il cuore. E poi, il re delle fonti per me, è stato il Tempio Malatestiano di Rimini. Vi ho trascorso intere giornate. Ho compreso che ogni cosa che contiene ha un senso. Come ho scritto nel romanzo: “Il Tempio parla a chi lo sa ascoltare”.
Cosa può insegnare questa storia all’uomo del XXI secolo?
Insegna che la vita va vissuta fino in fondo con dignità e passione. Sigismondo non è passato alla storia come un vincitore, anche se per me lo è stato eccome. Lo è stato perché non si è piegato ai poteri forti, perché non è sceso a compromessi, perché si nutriva d’arte e di bellezza, perché conosceva la riconoscenza, perché ha compreso il senso della vita e, soprattutto, perché è stato un uomo che ha saputo amare.
Il grande successo di questo romanzo ha generato in molti lettori e lettrici il desiderio di visitare i luoghi di Sigismondo e Isotta e in tanti hanno scritto all’autrice chiedendo informazioni in merito. Per questo motivo è nato il team di #inviaggioconsigismondoeisotta, che presto avrà un sito dedicato e che si occupa proprio delle visite ai luoghi che sono stati testimoni del grande amore tra i protagonisti. Per il momento, per chiunque fosse interessato, può rivolgersi a Maria Cristina Maselli, sul suo profilo Instagram, la quale provvederà a inoltrare domande e richieste al team.
In concomitanza con la messa in onda della nuova stagione della serie RAI “I Medici – Nel nome della famiglia”, vi propongo la mia intervista alla curatrice della consulenza storica della serie, BARBARA FRALE, nonché abile autrice di romanzi e saggi storici, il cui ultimo lavoro è “Cospirazione Medici”, secondo capitolo della saga dedicata alla potente famiglia fiorentina, edito da Newton Compton Editori.
A voi la nostra chiacchierata sulla famiglia più famosa della storia.
– La famiglia Medici ha sempre suscitato grande interesse negli scrittori storici. Quale fascino ha avuto su di lei da indurla a dedicarle due romanzi?
Mi affascina la grandiosità delle loro idee, la visione che Cosimo ma poi anche Lorenzo hanno della famiglia e della Patria. I Medici erano grandi patrioti, indubbiamente.
– “ In nome dei Medici” è incentrato sulla figura di Lorenzo, in “Cospirazione Medici” il protagonista è Giuliano. Cosa l’ha spinta a concentrarsi su questa generazione della famiglia fiorentina?
Lorenzo ha dato l’impronta del suo genio a Firenze, è un’icona del Rinascimento italiano, anche se Cosimo gettò le basi per il successo futuro della famiglia. Sulla generazione di Lorenzo abbiamo molti più documenti: io sono uno storico, i documenti vengono prima di tutto.
– “ Cospirazione Medici ” vede, appunto, protagonista il cadetto dalla famiglia Medici, Giuliano, un personaggio che è sempre stato offuscato dall’ingombrante figura del fratello Lorenzo. Qual è la sua considerazione di Giuliano? Quanto era diverso dal Magnifico?
Giuliano per certi aspetti era agli antipodi rispetto al fratello maggiore: cioè cauto laddove Lorenzo tendeva ad essere arrogante, pieno di sé. E prudente, mentre Lorenzo amava gli azzardi. In qualche modo, Giuliano somiglia molto più al nonno Cosimo.
– Nel suo ultimo romanzo, viene dedicato spazio anche a Lorenzo il Magnifico, dal quale emerge il suo lato più negativo. In particolare si nota la sua crudeltà verso i nemici, l’incapacità di gestire proficuamente il Banco di famiglia: aspetti del Magnifico che, nell’immaginario comune, non vengono ricordati. Come veniva considerato dai suoi contemporanei?
Molte fonti lo dicono un tiranno, ma bisogna sempre tenere conto del fatto che queste voci non sono proprio disinteressate, bensì arruolate a interessi rivali. Diciamo che nel quadro del Rinascimento italiano, periodo in cui l’intrigo e il delitto politico vengono elevati al rango di arte, Lorenzo il Magnifico resta pur sempre un grande statista, e anche dei meno crudeli. Certo, è vero che le sue vendette dopo l’assassinio di Giuliano tinsero di sangue le strade di Firenze.
– Crede che, nel tempo, la figura di Lorenzo sia stata in qualche modo mitizzata?
Sì, ma era un uomo all’altezza del proprio mito. Giuliano forse lo eguagliava se non superava, ma il destino non gli offrì il modo di dimostrare il suo valore.
– “ Cospirazione Medici ” racconta delle cause che hanno condotto alla Congiura dei Pazzi, nel quale rimase ucciso Giuliano de Medici. Le teorie in merito che emergono nel romanzo hanno tutte fondamento storico?
Assolutamente sì; ho dovuto aggiungere un 5% di invenzione di contro a un 95% di vero storico altrimenti non avremmo potuto definirlo “romanzo”.
– Cosa è cambiato nella famiglia Medici dopo l’attacco in Santa Maria del Fiore?
Lorenzo ne uscì distrutto, cambiato nell’intimo, incupito. Il Magnifico aveva in serbo grandi progetti per Giuliano, era il suo braccio destro, e anche se lo trattava a volte con sufficienza, ne rimpianse la mancanza per tutta la vita. I Medici non saranno più gli stessi, dopo quel tragico 26 aprile 1478.
Il 7 ottobre
è arrivato in libreria un nuovo, straordinario e attesissimo romanzo storico, “Le
sette dinastie”, edito da Newton Compton Editori e
magistralmente scritto da uno degli autori più apprezzati del nostro Paese: MATTEO STRUKUL.
Scrittore, fondatore e curatore del movimento letterario Sugarpulp, direttore artistico di Chronicae, il primo festival italiano dedicato al romanzo storico, Matteo Strukul è l’autore, tra gli altri, della celeberrima tetralogia de “I Medici”, tradotta in dodici lingue e in più di venticinque paesi, il cui primo capitolo, “I Medici – Una dinastia al potere”, gli è valso il Premio Bancarella nel 2017, oltre all’enorme successo di pubblico e critica. Nel 2018 ha pubblicato “Giacomo Casanova – La ballata dei cuori infranti” e “Inquisizione Michelangelo”. Un autore che riesce a dare vita alla Storia per trasportare il lettore in un’altra dimensione; ha l’eccezionale capacità di affrescare le scene come il più valente dei pittori, rendendo immagini nitide di un passato lontano..
“Le sette dinastie” è la prima
parte di un’opera colossale, che ripercorre le lotte per il potere nell’Italia rinascimentale,
in una nuova emozionante saga. Come nasce l’idea di raccontare la realtà
politica di quel periodo?
Dopo la tetralogia dedicata a “I Medici” e “Inquisizione Michelangelo”
volevo affrontare il Rinascimento in modo plurale, raccontando le storie di
tutte le altre grandi dinastie: penso ai Visconti, agli Sforza, ai Condulmer,
ai Colonna, ai Borgia. “Le sette dinastie” risponde a questa volontà e sfida. È
un’opera complessa, epica per molti aspetti, un’opera che Barbara Baraldi,
bontà sua, ha paragonato al “Trono di Spade”. E ha ragione lei perché mi rendo
conto, ora, che le lotte fra dinastie, gli intrighi, i tradimenti, le passioni
sono elementi che caratterizzano l’opera di Martin. Del resto il grande autore
americano non ha mai fatto mistero di ispirarsi alle pagine storiche de La
Guerra delle Due Rose. La Storia, anzitutto. Quella con la esse maiuscola.
Ebbene, volevo affrontare il Rinascimento nel modo più completo possibile,
narrando la spinta innovativa nel mondo dell’arte, non a caso uno dei
protagonisti del mio romanzo è Paolo Uccello, lo strepitoso pittore de “La
battaglia di San Romano”, ma avendo cura di raccontare anche tutto il
quotidiano, nero e terribile, dei capitani di ventura, delle concubine, delle
cospirazioni, delle esecuzioni pubbliche.
Quale tipo di preparazione richiede un
romanzo di questo tipo?
Una preparazione che dura una vita. Non ci si improvvisa autori di
romanzi storici. La Storia va studiata, compresa, approfondita. Ma non basta.
Altrimenti si scriverebbe un saggio. Invece, come un restauratore, il
romanziere deve riportare alla luce i fregi, i decori, gli affreschi su cui si
è depositata la polvere e la sabbia del tempo. E come lo sciamano, deve poi
evocare i fantasmi, gli spiriti di quei personaggi realmente esistiti e dei
tempi che furono. Dopo esservi riuscito, scaraventerà lettrici e lettori in
questo mondo che è stato in grado di rievocare, per farli stare al fianco di
Filippo Maria Visconti, di Caterina Sforza, di Alfonso d’Aragona.
Leggendo le vicende narrate ne “Le
sette dinastie” viene istintivo fare un paragone con la situazione
dell’Italia oggi. Cosa possiamo imparare
da questo confronto?
Che l’Italia è un Paese dalle molte culture. Venezia fu regina del
Mediterraneo, aveva un intero quartiere a Costantinopoli e una formidabile
tradizione marinara. Seppe esprimere per mille anni un’oligarchia illuminata
che chiamò Repubblica. Napoli fu dominata dagli Aragonesi e da quelle culture
venne fortemente influenzata, sono i castelli stessi a parlarcene. Firenze fu
il centro di una rinascita che si manifestò attraverso l’arte rinascimentale e
Milano dovette guardarsi sempre, suo malgrado, dalla Francia ma trovò in uomini
pragmatici e ardimentosi come Filippo Maria Visconti e Francesco Sforza la
propria guida. E poi c’è Roma. Oggi non è quasi cambiato nulla. La grande
cultura partenopea, e quella veneta, altrettanto straordinaria, convivono sotto
il medesimo cielo e sono il motivo principale per cui l’Italia è il Paese più
amato nel mondo perché la meraviglia sta nella varietà e nelle differenze.
Dobbiamo solo capire che queste diversità vanno coordinate, comprese e composte
in una grande sintesi culturale, capace di salvaguardare le specificità così da
farle scintillare ancor di più agli occhi dei cittadini del mondo.
Molte delle tue opere, come la tetralogia de
“I Medici”, “Inquisizione Michelangelo” e ora “Le
sette dinastie”, raccontano del Rinascimento. Da cosa deriva l’interesse per
questo periodo storico?
È il periodo di massimo splendore dell’Italia. L’età dell’oro. Quando
la nostra penisola propose una rivoluzione culturale che la fece diventare
centro del mondo. Sono stanco di leggere storie di mafia e camorra. Le
rispetto, sono importanti, ma dovremmo anche comprendere l’essenziale valore
della nostra grande eredità culturale che siamo chiamati a conoscere e
valorizzare. Io sono felice di essere italiano e quando vengo invitato in molti
Paesi nel mondo a parlare dell’Italia e del Rinascimento, tutti manifestano
stupore, meraviglia e venerazione per la nostra nazione. Credo sia importante
essere ambasciatori anche di quest’Italia. Questo è dunque il mio impegno, la
mia missione come autore di romanzi storici.
Sappiamo che sei laureato in giurisprudenza
e sei un ricercatore di diritto europeo. Con una preparazione di questo genere,
come è nata la decisione di raccontare, invece, di Storia?
Amo la Storia da quando ero un bimbo. Da quando lessi a sei anni
l’Iliade. Il mio primo testo. E poi Shakespeare e Giulio Cesare, Senofonte e
Schiller, Manzoni e Marlowe. Amo la Storia e la grande Letteratura. Il passato
esercita su di me un fascino straordinario. Testi come quelli di Hobsbawm e
Burckardt rappresentano una gioia assoluta per me. Credo che sia solo
attraverso la lente della Storia che possiamo davvero comprendere il presente.
A tuo avviso, qual è la considerazione dei
lettori italiani nei confronti del romanzo storico?
Credo sia ottima. “M, il figlio del secolo” di Antonio Scurati ha
vinto il Premio Strega 2019. “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino ha vinto
il Premio Campiello 2018. Il mio “I Medici, una dinastia al potere” ha vinto il
Premio Bancarella 2017. Sono tre romanzi storici. Stefania Auci con “I leoni di
Sicilia”, dedicato alla dinastia dei Florio, sta dominando le classifiche di
vendita da mesi. Mi pare che il romanzo storico goda di
ottima salute presso le lettrici e i lettori italiani. Io non posso che
ringraziarli per la fiducia che accordano alle mie opere.
Un
ringraziamento speciale a Matteo Strukul che riesce sempre a farmi volare sulle
ali del tempo.
Oggi voglio dare spazio ad un giovane scrittore, ALESSANDRO TROISI, che lo scorso maggio ha pubblicato il suo romanzo d’esordio con Newton Compton Editori, intitolato “La biblioteca del diavolo“, un romanzo storico incentrato sull’affascinante tema dell’Inquisizione.
Conosciamolo meglio.
A soli 22 anni hai vinto un concorso letterario che ti ha portato a pubblicare il tuo primo romanzo con una casa editrice molto importante nel panorama nazionale. Puoi raccontarci qualcosa di te? Come nasce la tua passione per la scrittura?
Di me non credo ci sia molto da dire: sono un ragazzo come tanti altri, amo i libri e il cinema, frequento l’università e sono parecchio smemorato e con la testa fra le nuvole. La mia passione per la scrittura è esistita da quando ho memoria: da bambino adoravo immergermi nei libri, smarrirmi fra le loro pagine, vivere le storie che raccontavano. Trovo meravigliosa la capacità dei libri di trasportare le persone altrove, in altri mondi, e ho sempre sognato di riuscire anch’io a essere come quegli autori che mi catturavano. Sin dalla scuola elementare trascorrevo moltissimo tempo a scrivere le storie a cui la mia immaginazione instancabile dava vita.
Perchè hai deciso di scrivere, come libro d’esordio, un romanzo storico?
In realtà, quando ho iniziato a scrivere la mia storia, non avevo idea che sabbe cresciuta fino a diventare un romanzo. Stavo scrivendo una storia dalle tinte gotiche, di cui però avevo in mente solo l’incipit (quello che tutt’ora apre il libro). Nello stesso tempo, mi documentavo sulla stregoneria e sulla caccia alle streghe, leggevo libri, guardavo documentari, affascinato da queste tematiche. Così ho avuto l’ispirazione di unire la mia ricerca alla storia che avevo iniziato. Ho quindi proseguito il mio racconto in questa direzione, ricercando la verosimiglianza storica, per esplorare le dinamiche e i significati di un evento come la persecuzione contro la stregoneria. Ho voluto in parte conservare le atmosfere gotiche della mia ispirazione iniziale. Il racconto è quindi cresciuto, mano a mano che scrivevo è divenuto più lungo e complesso, fino ad arrivare alla sua forma definitiva.
Quali difficoltà hai incontrato nella stesura de “La biblioteca del diavolo”?
Essendo il mio primo libro, ho trovato molto difficile la parte riguardante il lavoro ‘tecnico’ prima della pubblicazione. Infatti ho dovuto ricontrollare più volte tutto il testo del libro per adattarlo alle norme redazionali. C’erano tantissime cose, a livello di scrittura, di cui credevo di padroneggiare l’uso o che davo per scontate, ma non era così. Fortunatamente ho avuto una grande editor al mio fianco, che mi ha seguito e istruito in proposito.
Il tuo romanzo tratta l’argomento dell’Inquisizione ed, in particolare, della caccia alle streghe. Cosa ti ha spinto a concentrarti su questo tema e quanto studio preparatorio si è reso necessario?
La caccia alle streghe è un fenomeno che ha segnato in modo indelebile la nostra storia, tanto che l’espressione “è una caccia alla streghe” è divenuta proverbiale, indica un atto persecutorio violento e profondamente ingiusto. Ho sempre creduto che sia molto importante studiare questo fenomeno, soprattutto per indagare le motivazioni da cui ebbe origine, per comprenderle ed evitare che qualcosa del genere possa ripetersi, in futuro. Putroppo negli studi scolastici l’argomento viene trattato in modo marginale, se non addirittura ignorato. Credo, invece, che lo studio di queste persecuzioni possa aiutare a riflettere su molti problemi ancora attuali: le dinamiche di potere, quelle di genere, l’oppressione e l’emarginazione degli individui considerati diversi e, di conseguenza, pericolosi. C’è stato anche un fattore personale che mi ha sempre spinto a interessarmi e a voler approfondire questa tematica: una mia nonna, stando a quanto si dice, era considerata una strega. Lo studio è stato molto, proprio perchè sono partito sostanzialmente da zero: ho dovuto fare un gran lavoro di ricerca, ma ne è valsa la pena!
Stai già preparando un nuovo libro?
Al momento non ho ancora iniziato un nuovo libro, ma ho tanti progetti in mente e spero di potermi mettere al lavoro al più presto. Vi terrò aggiornati!
Quando si ama la storia con tutto in cuore, poter intervistare un grande scrittore di thriller storici come MARCELLO SIMONI, diventa un’occasione imperdibile!
Un grande autore italiano, il cui romanzo d’esordio, “Il mercante di libri maledetti“, è stato per oltre un anno in testa alle classifiche e ha vinto il 60° Premio Bancarella e i cui diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi.
Ha all’attivo cinque saghe, tra le quali la Trilogia del Mercante di Libri, la Secretum Saga (“L’eredità dell’abate nero”, “Il patto dell’abate nero” e “L’enigma dell’abate nero) e la Codice Millenarius Saga (che comprende “L’abbazia dei cento peccati”, “L’abbazia dei cento delitti” e “L’abbazia dei cento inganni”).
Nel 2019 ha pubblicato “La prigione della monaca senza volto” per Giulio Einaudi Editore e “L’enigma dell’abate nero” per Newton Compton Editori (di cui trovate la mia recensione https://ilsegnalibrodideborah.home.blog/2019/06/24/lenigma-dellabate-nero ).
Inoltre, nel 2018 ha vinto il Premio Ilcorsaronero.
Ecco come ha risposto alle mie curiosità.
– Quali sono le difficoltà che si incontrano nella stesura di un romanzo d’avventura?
Io non ragiono mai in termini di difficoltà, ma di divertimento, perciò non saprei risponderti. Posso solo dirti che in ogni pagina mi impegno a conferire verosimiglianza e autenticità ai miei personaggi e alle mie storie, restando sempre fedele al mio stile di scrittura.
– Quanto studio delle fonti storiche è necessario per la corretta ricostruzione dell’ambientazione?
Molto studio e molta comprensione, che non sempre combaciano. Sapere le cose è solo il punto di partenza. Bisogna immedesimarsi in esse per poterne parlare con scioltezza. Soltanto quando sono padrone della materia di cui intendo trattare, inizio a scrivere il mio romanzo.
– Come si costruisce un linguaggio adatto all’epoca di cui narri nei tuoi romanzi?
Sforzandoci di trasmettere in ogni riga il senso della storia, la suggestione di essere circondati da un’epoca remota eppure pulsante e vicinissima. È un po’ come se stessimo costruendo un enorme gioco di prestigio basato sulla ricerca storica.
– Quali sono, a tuo avviso, gli ingredienti che non devono mancare in un romanzo d’avventura di successo?
Se anche li conoscessi, li custodirei molto gelosamente 😉
– Tu sei un archeologo. Quale periodo della storia ti affascina maggiormente?
Il Medioevo, ovviamente.
– Qual è l’aspetto del tuo lavoro che preferisci?
Ho sempre reputato che quello dello scrittore fosse un mestiere da persone libere. Ed è questo, oltre al fatto di dover mettere costantemente in gioco la mia creatività, l’aspetto che più mi affascina.
Oggi vi propongo l’intervista alla scrittrice reggiana Rita Coruzzi, autrice, tra gli altri, dei romanzi storici “Matilde“, vincitore del Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti, del Premio Internazionale Stefano Zangheri e del Premio Internazionale Città di Cattolica, e “L’eretica di Dio“, pubblicati da Piemme.
– Nella tua carriera da scrittrice, hai dedicato due romanzi a due donne eccezionali della storia: Matilde di Canossa e Giovanna D’Arco. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questi due personaggi?
La scelta di Matilde è stata dettata da un suggerimento di mia madre, la quale mi spronò a iniziare la carriera di romanziera storica focalizzandomi sui personaggi femminili. E poichè nella nostra città di Reggio Emilia, tutti i reggiani sono legatissimi a Matilde, mi suggerì di cominciare con lei, una donna forte e di grande fede che scese sui campi di battaglia per difendere la Chiesa e combattere per ciò in cui credeva e per il bene dei canossani. Giovanna d’Arco è stato il passo logico successivo, la casa editrice mi chiese un altro romanzo storico sempre con una protagonista femminile. La scelta era difficile dopo aver scritto di una donna come Matilde, ma il pensiero di Giovanna d’Arco è stato come un’illuminazione, ho capito che era lei la seconda donna su cui dovevo posare la mia attenzione, aveva le stesse caratteristiche di Matilde, la stessa forza, la stessa fede e lo stesso spirito di sacrificio. E’ stato un felice passaggio di testimone, due romanzi di cui vado profondamente fiera, soprattutto perchè rivalutano la figura della donna in un’epoca in cui era costantemente messa in ombra.
– Nel tuo romanzo “Matilde”, tratti, con straordinario vivacità, la storia di Matilde di Canossa. Quanto spazio è dedicato ad eventi storici realmente accaduti e quanto invece è frutto dell’immaginazione?
Tutti gli eventi storici narrati in Matilde sono realmente accaduti, l’immaginazione è stata focalizzata solo sui pensieri, sui sentimenti con cui Matilde viveva determinate situazioni, ma i fatti storici descritti sono tutti realmente accaduti, e sono rigorosamente esatti. Tengo molto alla documentazione storica, l’immaginazione si dipana nei sentimenti, nei discorsi, nei pensieri, come la passione con cui Matilde combatteva per la Chiesa, la sua sofferenza di avere infranto la promessa all’imperatore, il suo spirito di sacrificio nel rinunciare a ciò che desiderava, cioè diventare monaca, per il bene di Canossa e della Chiesa. Inoltre il suo grande ruolo nell’essere una donna leader osteggiata da molti uomini, il suo coraggio nel voler proseguire su questa strada nonostante gli ostacoli per senso di dovere e responsabilità, pur avendo dei momenti di scoramento, senza però mai arrendersi per ciò che credeva il bene supremo.
– Le descrizioni delle scene e dell’ambientazione sono molto accurate e dettagliate, tanto da dare al lettore l’impressione di trovarsi all’interno della scena stessa. Quanto studio della storia è necessario per scrivere un romanzo storico?
Per scrivere un romanzo storico occorre un lungo studio preliminare dell’epoca nella quale si sviluppa la vicenda. Personalmente io credo che occorra la massima precisione possibile, perchè il lettore possa immergersi nel periodo storico e vivere in esso insieme ai protagonisti della narrazione. Per Matilde ho studiato molti testi, e non solo quelli relativi alla figura e alla vita della contessa, ma anche studi sulle armi, sul modo di combattere e di fare le guerre, e perfino sui cibi e sugli abiti, affinchè il romanzo risultasse il più aderente possibile alla verità storica. Molta attenzione deve essere data agli avvenimenti, per i quali ho consultato testi di studiosi affermati, perchè ho voluto essere fedele il più possibile alla verità storica. Matilde di Canossa è una donna realmente esistita, quindi il mio romanzo non poteva essere di invenzione o di finzione, ma dovevo “costruire” il personaggio attraverso gli avvenimenti veri che lei ha dovuto vivere nella sua vita reale. Per rispondere con precisione alla domanda, ho dato molto spazio alla verità storica, ma forse altrettanto all’indagine psicologica e alla narrazione dei sentimenti.
– Quali sono le fonti storiche sulle quali ti basi per la stesura di un romanzo?
Scelgo con cura le fonti oggetto del mio studio preliminare, mi avvalgo sempre degli scritti di studiosi specialisti della materia o dell’argomento, tralascio le informazioni generiche e poco credibili o non sufficientemente accurate per evitare errori o storture che potrebbero influire negativamente sulla qualità del mio scritto. Per Matilde ci sono biografie molto rigorose e studi approfonditi di storici che hanno dedicato la loro attività allo studio della contessa, come Vito Fumagalli, Paolo Golinelli, il monaco Donizone suo contemporaneo, Edgarda Ferri, e altri.
– In che modo hai potuto ricostruire il personaggio di Matilde di Canossa?
Come ho detto sopra, studiando le azioni, i comportamenti, le decisioni di Matilde, come sono riportati nei testi storici, mi sono formata un’idea della sua personalità e l’ho sviluppata partendo dal punto di vista femminile, perchè Matilde prima di tutto era una donna e come tale andava considerata. Ed era donna del Medioevo, ma vissuta in circostanze eccezionali per l’epoca, quindi non era una donna convenzionale, ma straordinaria. Tutto in lei doveva mostrare la sua femminilità spesso sacrificata per il dovere ma senza mai rinnegarla, la sua fierezza di essere donna, la sua determinazione nel prendere decisioni difficilissime, il suo coraggio nell’affrontare il nemico combattendolo sui campi di battaglia. Non è stato facile, ma sicuramente emozionante e molto bello descrivere un personaggio tanto interessante e dalle molte sfaccettature, è stata per me una sfida che ho colto volentieri e spero di aver superato.