recensione

Cesare Borgia e Michelotto Corella: il Principe e la sua anima nera

“Lui è come il sole, riscalda la terra e a volte il suo calore può bruciarla. (…) Io sarò la luna, che risplende sulla sua scia. Ma senza di me non troverebbe riposo, la notte sarebbe troppo buia”.

Michelotto Corella è un giovane ragazzo quando decide di lasciare gli studi e votarsi anima e cuore alla causa di Cesare Borgia, il primogenito illegittimo di papa Alessandro VI. Non ha dubbi, Michele: la sua vita è al servizio del grande Borgia. Divenne, così, depositario di quella coscienza che Cesare sembrava non avere, ma anche la mano destra di un uomo disposto a tutto pur di seguire le proprie ambizioni e che lo tramutò in gelido sicario, avvolgendolo nel drappo nero della morte. Fu l’uomo che si macchiò dell’assassinio di nemici e vecchi amici, in nome di un sogno che non gli apparteneva. Incupito dai segreti e dalle azioni commesse in nome del suo Signore, Michele sentì il peso della solitudine e di quella vita donata e votata al Valentino, un’esistenza che si rivelò un lastricato di perdite e sofferenze; ma nonostante ciò, lo servì sempre con lealtà, diventando l’uomo che conobbe le sue luci e le sue ombre, del quale riuscì a dare voce ai sottintesi, agli sguardi e alle cose non dette.

 “Corella. L’ombra del Borgia”, scritto da Federica Soprani ed edito da Nua Edizioni è un romanzo storico che vede protagonista il più fedele uomo di Cesare Borgia, Michelotto Corella, attraverso il quale l’autrice ripercorre la vita del figlio del papa più discusso della Storia.

Ma chi era davvero Cesare Borgia, il duca di Valentinois e di Romagna?

Ribelle nelle vene, ma soggetto all’autorità del padre, papa Alessandro VI, animato da una morbosa passione per la sorella Lucrezia, Cesare Borgia era un uomo scaltro, finemente intelligente, impulsivo, oltremodo sicuro di sé, egoista, irascibile e iracondo, di un’inquietudine che sfociava nell’insofferenza, ambizioso e assetato di potere, posseduto da un’energia rabbiosa. Seppur corta, la sua fu una vita spesa nella ricerca del potere, senza il conforto della felicità. Quale gioia ebbe, infatti, Cesare Borgia? Lui che non conobbe amore, che non visse per gioire, che non combatté che per vincere, a qualunque costo. Temuto come Marte, il dio della guerra, la brama di conquista infuocava il suo animo, sostituendosi alla passione d’amore: solo il potere contava per Cesare. Superbo e orgoglioso combattente, lottò per ottenere i propri scopi, senza nessuno sconto: privo di scrupoli o remore, pronto ad ogni passo pur di raggiungere i propri obiettivi.

E per questa sua caratteristica innata, in molti lo ritennero responsabile della prematura morte del fratello Giovanni, il suo diretto rivale, che, preferito dal padre nonostante fosse il secondogenito e fosse privo di qualsiasi attitudine, aveva ottenuto il comando dell’esercito pontificio, posizione a cui Cesare ambiva con ogni fibra del suo essere. A lui, invece, era toccata la porpora cardinalizia che si intonava alla sua personalità come l’acqua santa sul volto di Satana; l’abito talare che gli bruciava la carne e che poté dismettere proprio grazie alla morte di Giovanni, in seguito alla quale la carica di Generale della Chiesa passò nelle sue mani.

Cesare dallo spirito contraddittorio, che appare ai nostri occhi come un moderno rampollo, amato e odiato da chiunque lo circondasse, per dovere o per convenienza; temuto e ammirato, generava ammirazione e paura allo stesso tempo. Lui che era inquieto, dissimulatore, mai pago delle proprie conquiste, in amore come in guerra, dalla personalità incontenibile, “una vita sola era troppo poca per Cesare Borgia. Troppo poco il tempo, insufficienti le possibilità”. Suadente e mellifluo, era conscio di possedere un fascino maledetto capace di incantare chiunque gli si accostava: i suoi occhi neri come la notte senza luna potevano scagliare sguardi torvi, taglienti, oppure colmi del desiderio più sfrenato, carichi di lussuria malcelata.

Passionale e travolgente, feroce e spietato, calcolatore e istintivo, determinato e irrefrenabile: Cesare fu un’antitesi indecifrabile, dall’animo imperscrutabile. Fiero e indomito, freddo e pungente; maestro nell’arte della dissimulazione, che fece di lui subdolo predatore in paziente attesa di ghermire la preda. Incantatore dall’aspetto di meraviglioso condottiero e dall’eloquenza maliarda, inarrestabile come un uragano e ambizioso oltre ogni limite: nemmeno il cielo avrebbe potuto fermarlo, né Cesare lo ha mai temuto. “Splendido e terribile” come un demone travestito da cherubino; bellicoso poeta dall’energia inesauribile.

Il Valentino, però, pativa un’acuta insofferenza per il trattamento che gli riservavano le corti europee, le quali vedevano in lui nient’altro che il figlio illegittimo di un papa straniero, e ciò gli procurava un rogo che ardeva come l’Inferno dentro di lui, trasformandosi in feroce crudeltà. Crudeltà che riversava nel sogno di conquista dei domini romagnoli che lo portarono a sconfiggere l’indomita Caterina Sforza a Forlì e che lo condusse al titolo di Duca di Romagna.

Io so cos’è la disperazione di chi combatte una battaglia di cui lui solo conosce la ragione, quando gli altri l’hanno dimenticata. Di chi intuisce l’esito ancor prima di intraprendere l’impresa e tuttavia non può esimersi dall’imbarcarsi in essa, mosso da motivazioni incomprensibili ai più”. Ecco l’essenza di Cesare Borgia: il disperato bisogno di combattere, di conquistare, l’incessante urgenza di sentirsi fiero, a discapito della solitudine dell’anima; un’anima che divenne sempre più nera e cupa, nella quale “ogni luce sembrava svanire, inghiottita da un’oscurità vorace, rabbiosa, disperata”. Non permise mai a nulla e a nessuno di porre freni a ciò che voleva essere, né accettò ordini o imposizioni e la sua sconfinata smania di essere lo portò a fare della propria ambizione la propria vita, gettando anima e corpo in ogni impresa che la sua mente riuscì a concepire, incapace di sentirsi sazio di sogni.

Si sentiva invincibile, Cesare. Aveva vinto tanto, in poco tempo e dava l’impressione di non poter perdere mai, assetato com’era di morte e devastazione. Dentro di lui, il fuoco della conquista era destinato a non spegnersi e la sua figura si circondò di una fama sinistra, alimentata anche da un grande amico, Niccolò Macchiavelli, che trovava “in quel perseguire i propri scopi senza fermarsi davanti a nulla una nuova forma di eroismo, una totale e spavalda superiorità”. 

Nulla avrebbe potuto “scalfire la corazza impenetrabile di quel principe senza regno, troppo giovane eppure già consacrato al passato”. Almeno fin quando la morte, sotto le sembianze del temibile mal francese, decise che fosse giunto il momento di porre fine ai desideri dell’indomabile Cesare Borgia. Non prima, però, di concedergli il beffardo tempo di vedere il suo castello di sogni crollare dopo la morte del padre. In quel momento il Valentino perse tutto, ma non volle accettare l’evidenza di quella realtà e non si arrese, tentando il tutto per tutto, come “Satana che tentava la risalita del paradiso a qualunque costo”, finché non trasse l’ultimo respiro. Aveva solo trentasette anni.

Tutto ciò emerge nitidamente e con grande suggestione in questo romanzo che ripercorre la vita del Borgia, soffermandosi in particolar modo sulla sua personalità, e la romanzata ricostruzione del rapporto tra Cesare e Corella, di cui l’autrice dà un’interpretazione poetica, ma verosimile.

Riesce in questo obiettivo, soprattutto grazie all’ottima caratterizzazione dei personaggi, che con poche parole usate con sapienza, riesce ad evidenziare le caratteristiche peculiari di ognuno, tanto che al lettore appare di sentirli vivi accanto a sé. Poco spazio è dedicato all’ambientazione, ma il lettore non ne sente la mancanza perché la sua attenzione è totalmente concentrata sui protagonisti. La ricostruzione del contesto, invece, è precisa e fedele alla realtà storica. Lo stile narrativo è raffinato e soave, dolce e melodico e accompagna il lettore come il suono delle onde del mare. I dialoghi sono suggestivi e incisivi, perfettamente calzanti per ogni personaggio, dei quali è chiaramente distinguibile ogni voce. Le scene sono potenti ed evocative, cariche di pathos e appaiono come splendidi dipinti, variopinti e dettagliati.

Corella. L’ombra del Borgia” è una lettura indimenticabile e oltremodo appagante; un romanzo coinvolgente, vivo ed emozionante, al termine del quale vi sembrerà di aver davvero conosciuto il Valentino e di aver capito perché, per Michele Corella, la vita fu “o Cesare, o nulla”.

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