Fatti storici

La Congiura dei Pazzi. Parte 1

Nella storia di Firenze c’è un avvenimento che attira molto la mia curiosità, la Congiura dei Pazzi. Ho così deciso di dedicarmi alla lettura di tre saggi che affrontano questo argomento: il volume “Giuliano de’ Medici” della collana del Corriere della Sera “Grandi delitti nella Storia”, “La congiura. Potere e vendetta nella Firenze dei Medici” di Franco Cardini e Barbara Frale e “L’enigma Montefeltro” di Marcello Simonetta. Dopo la lettura di ognuno di questi testi, vi racconterò un aspetto diverso legato alla vicenda, partendo dal racconto del fatto, passando dal ruolo di Federico di Montefeltro nel complotto, per arrivare al cambiamento della personalità di Lorenzo de’ Medici in seguito alla morte del fratello. Ho iniziato dal volume “Giuliano de’ Medici”, un piccolo saggio che ripercorre motivazioni ed esecuzione della congiura e dà una panoramica sulla famiglia Medici. Da questa lettura, vi racconto il fatto.


Il complotto passato alla Storia come Congiura dei Pazzi nacque da un gruppo di personaggi i quali avevano, ognuno, una motivazione differente per desiderare la fine del dominio della famiglia Medici su Firenze. Era indubbio, infatti, il grande potere del Magnifico, che, nonostante fosse amato e acclamato dal popolo, stava stretto a molte persone, dentro e fuori la città.
Vi era, in primis, una fazione fiorentina anti Lorenzo capitanata dalla famiglia Pazzi; poi Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, a cui era stato negato l’ingresso nella città; Papa Sisto IV che, fin dai contrasti sorti con Lorenzo sulla questione di Città di Castello, aveva creato una spaccatura nei rapporti con il Magnifico; e, infine, Girolamo Riario, nipote del Papa, che vedeva Firenze come una possibile conquista per allargare i propri domini. Ad essi, si aggiunsero una serie di personaggi minori, che furono anche autori materiali dell’omicidio. Inoltre, pare abbia avuto un ruolo in questa vicenda anche il padrino di battesimo di Lorenzo, Federico da Montefeltro.
Questo complotto culminò nell’assassinio del fratello minore di Lorenzo, Giuliano, appena venticinquenne, perpetrato nella basilica di Santa Maria del Fiore, a Firenze, al termine della messa pasquale, il 26 aprile 1478. Un delitto terribile sfociato nella blasfemia, consumato in un luogo sacro e durante la più importante funzione cattolica, al cospetto di Dio.
Tuttavia, questo aspetto sacrilego fu la salvezza di Lorenzo. Infatti, il primo obiettivo dei congiurati, che mirava al rovesciamento della fazione medicea e all’annientamento della cripto signoria che si era formata,  era proprio il Signore de facto di Firenze. Incaricato del suo omicidio era il condottiero marchigiano Giovanni Battista Conte di Montesecco, il quale, una volta appreso che, in ultimo, l’agguato si sarebbe tenuto in una chiesa, si rifiutò, lasciando il compito a due inesperti.
I congiurati, infatti, avevano una sola certezza: entrambi i fratelli dovevano essere eliminati fisicamente, altrimenti, alla morte del solo Lorenzo, Giuliano, anch’egli molto amato dal popolo e capace forse più del fratello, avrebbe assunto le redini della Signoria.
Così, in principio, l’omicidio fu previsto in occasione di un viaggio di Lorenzo a Roma, che però venne rimandato; successivamente si decise per due banchetti, ai quali però Giuliano non presenziò. Infatti, in quel periodo, difficilmente i due fratelli si presentavano insieme in pubblico, forse proprio perché doveva essere trapelata qualche notizia di un’intesa segreta ai loro danni. Fin dall’inizio dell’organizzazione, quindi, circa un anno prima dell’esecuzione, si rivelò un piano approssimativo, continuamente rimaneggiato a causa dei continui impedimenti.
Anche la decisione di agire durante la messa rischiò di risultare vana, in quanto Giuliano non si presentò nemmeno quella volta. Ma Francesco de Pazzi decise di andare a prenderlo a casa e accompagnarlo in chiesa a funzione iniziata, trascinato tra motti scherzosi e infidi abbracci (volti a verificare l’eventuale utilizzo di protezioni) proprio dai suoi sicari.
I due fratelli ascoltarono la messa a ridosso dell’ottagono che corre intorno all’altare maggiore, uno sul lato destro e uno sul lato sinistro, come erano soliti fare proprio per ridurre il rischio di attentati.
Al termine della liturgia, proprio nel momento in cui l’officiante, che quel giorno era il sedicenne neo cardinale Raffaele Riario, nipote del Papa, pronunciò l’Ite missa est, Bernardo Bandini Baroncelli e Francesco de Pazzi estrassero il pugnale e colpirono il povero Giuliano. Contemporaneamente, Antonio Maffei da Volterra e Stefano da Bagnone si avventarono contro Lorenzo, che riuscì a salvarsi proprio grazie all’inesperienza dei due, che lo colpirono soltanto di striscio, permettendogli, così, di nascondersi nella sagrestia insieme ad alcuni amici e sostenitori.
Giuliano, invece, fu massacrato dalle 19 coltellate inferte con estrema ferocia da Francesco de Pazzi, il quale, nella foga, si ferì ad una gamba. Fu lasciato a terra, in una pozza di sangue, mentre i presenti scappavano e scortavano Lorenzo, ancora ignaro della sorte dell’amato fratello, nel palazzo di famiglia in quella che era Via Larga, oggi via Cavour.
Questo evento ebbe l’effetto opposto a quello perseguito dai congiurati: il popolo di Firenze si strinse intorno al suo Signore, scagliandosi contro gli esecutori del delitto e accrescendo così il potere di Lorenzo che, in quel momento decisivo, venne sancito e ribadito con la forza di un patto di sangue.
Mandanti ed esecutori materiali subirono la violenta e spietata vendetta del Magnifico. Vennero catturati, torturati e condannati alla pena capitale; i ritratti dei loro corpi impiccati vennero commissionati a Sandro Botticelli e dipinti secondo il canone delle pitture infamanti.
In questo modo, Lorenzo aprì anche una vendetta contro Papa Sisto IV, che sfociò in una guerra che si concluse con una pace siglata dal pontefice il 13 marzo 1479.
Da quel momento, però, nonostante fosse riuscito a vendicare la morte di Giuliano, Lorenzo cambiò per sempre. Ma di questo vi parlerò nei prossimi articoli.

A cura di Deborah Fantinato

Giuliano de’ Medici in un ritratto di Sandro Botticelli
Senza categoria

Nel nome del giglio

Cos’hanno in comune Bianca Donati, giovane aspirante poetessa dal forte impegno politico, e Federico Bernucci, incallito seduttore di ingenue fanciulle?
Non potrebbero essere più diversi: lei sognatrice coraggiosa, decisa e determinata, votata alla causa giacobina per la liberazione della Toscana; lui disincantato, viziato e ozioso, dedito soltanto ai propri piaceri e completamente disinteressato a tutto ciò che non lo riguardi da vicino. Eppure, loro malgrado, si ritrovano a dover collaborare in una delicata missione per la libertà della Toscana; una missione che prenderà una piega pericolosa.
Nella Firenze di fine ‘700, influenzata dai venti rivoluzionari in arrivo dalla Parigi ormai libera dal giogo monarchico, si svolge la trama di “Nel nome del giglio”, il primo romanzo di Lavinia Fonzi, edito da BookRoad.
In questa fiction storica, inserita in un contesto reale, la vicenda dei giacobini, che rivendicano un intervento dell’esercito francese per liberare Firenze dal dominio del granducato degli Asburgo Lorena, si intreccia alla storia di amore-odio tra i protagonisti Bianca e Federico, creando una trama gradevole, narrata in modo fluido e scorrevole.
L’autrice, attraverso i dialoghi, riesce ad inserire in maniera piacevole fatti storici che permettono al lettore di ricreare nella propria mente il contesto storico nel quale si inserisce la vicenda.
I personaggi appaiono ben caratterizzati, sia per quanto riguarda quelli frutto della fantasia sia i personaggi realmente esistiti come Giuseppina Bonaparte o il politico francese Paul Barras.
Tuttavia, alcune scene appaiono troppo veloci, smorzando la tensione della lettura, che risulta, a tratti, rallentata anche dall’eccessiva ripetizione di alcuni fatti e concetti. Inoltre, nonostante la trama sia fluida e piacevole e sia presente qualche colpo di scena interessante, in alcuni punti risulta molto prevedibile.
Tutto sommato, però, “Nel nome del giglio” è un romanzo ben scritto, che si legge con curiosità, e la penna di Lavinia Fonzi appare promettente.  Un esordio meritevole che, grazie ad una storia lineare e leggera, può costituire un primo timido approccio per quei lettori che vogliono iniziare a prendere confidenza con il romanzo storico.

Romanzo storico

Review Party de “La Corona del Potere” di Matteo Strukul

“Verrà il giorno che un flagello si abbatterà su di voi e su Roma, sulla Chiesa e sui nobili e poi su tutti coloro che hanno scelto l’alleanza delle tenebre a quella della luce di Cristo e quel giorno il buio non avrà pietà e cadrà su di voi con grandi ali d’Inferno e cancellerà quello che siete stati”.

Cesare Borgia, Alessandro VI, Leonardo da Vinci, Ludovico il Moro, Antonio Condulmer, Lucrezia Borgia, Caterina Sforza, Sancia d’Aragona, Carlo VII, Piero de’ Medici, Francesco II Gonzaga, Caterina Cornaro sono solo alcuni dei giganti del passato che si avvicendano ne “La Corona del Potere”, il nuovo romanzo di Matteo Strukul, edito da Newton Compton Editori, che chiude la dilogia iniziata con “Le sette dinastie” che racconta il secolo d’oro del Rinascimento. 

In questo capitolo, l’autore ripercorre la seconda metà del Rinascimento, dal 1494, quando gli equilibri politici degli Stati italiani si ritrovano in pericolo, essendo venuta a mancare la figura che per anni ne è stato il perno, Lorenzo il Magnifico, e le penisola si trova sotto lo scacco dell’invasione del re francese Carlo VIII, fino ad arrivare al termine di questa era grandiosa, che si chiude con il Sacco di Roma del 1527.

Con quest’ultima opera, Strukul ci regala un viaggio incredibile in un’epoca ineguagliabile, irripetibile; un libro che appare come un’imprescindibile mappa della Storia che permette di conoscere un’importante parte del nostro passato. Debolezze dei potenti, intrighi e sotterfugi, voltafaccia e vere alleanze. Il cuore della politica rinascimentale batte tra le pagine di questo romanzo fulgido e potente; tra le sue righe, la Storia torna a compiersi di nuovo davanti ai nostri occhi.

Un turbine di personaggi grandiosi, perfettamente caratterizzati, che tornano in vita grazie alla maestria dell’autore, riescono nell’intento di aumentare la suggestione del racconto, permettendo al lettore di entrare in confidenza con gli uomini e le donne che hanno fatto la Storia. E così si può assistere, ad esempio, alla determinazione di Caterina Sforza, alla follia spietata di Cesare Borgia, al declino di Ludovico il Moro sotto il giogo dei francesi, all’inadeguatezza di Piero de’ Medici. Forza e debolezze di ogni protagonista sono delineate in modo così preciso e stimolante da donare al lettore la sensazione di conoscerli realmente.
Una volta di più, infatti, Matteo Strukul stupisce per la capacità narrativa. I dialoghi potenti e sublimi, dai quali traspare il carattere e la tempra di ogni personaggio, sono perfettamente credibili e completamente calati nel periodo storico.
La sapiente descrizione delle scene le rende percepibili come se si svolgessero al rallentatore, dando al lettore la sensazione di vedere ogni mossa, ogni azione, di catturare ogni dettaglio. In particolare, le scene delle battaglie sono così coinvolgenti che il lettore può vedere i corpi dilaniati, sentire le urla dei soldati, percepire l’odore della morte, proprio come se si trovasse al centro della lotta.
L’attinenza alla realtà storica è strabiliante e denota il colossale studio delle fonti svolto da Strukul. Il rimbalzo dei brevi e forti capitoli da un punto all’altro della penisola rende la lettura dinamica e attraente. Una narrazione avvincente, suggestiva e totalizzante fa di quest’opera un’esperienza immersiva a tre dimensioni, dalla quale il lettore non può che restarne completamente coinvolto, avvinghiato dalle spire di una magia che si sprigiona dalla prima pagina.

La Corona del Potere” è un viaggio senza eguali, attraverso il tempo e lo spazio, in un periodo unico nella Storia del mondo, scritto da un romanziere straordinario; un autore dal talento incontestabile, in grado di affascinare con semplicità e dedizione.