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ISTANTANEE DELLA STORIA.. IL FOSCARI DI HAYEZ

Cosa possiamo vedere in un dipinto o in una scultura? 

Ognuno di noi, coglie un aspetto diverso; io vedo la Storia. 

Non sono un’esperta d’arte, non ho la pretesa di spiegare le opere, ma voglio raccontare il passato attraverso alcune opere d’arte,  nella nuova rubrica “Istantanee della Storia”.

Amo l’arte per ciò che rappresenta nella Storia; ogni opera ha avuto un ruolo, per ciò che ha significato la sua realizzazione o per ciò che raffigura. Alcune di esse regalano vere e proprie fotografie del passato, che permettono di vedere e conoscere alcuni momenti della storia dell’uomo. 

Ad inaugurare questo appuntamento è il dipinto “Il Doge Francesco Foscari destituito”, realizzato nel 1844 da Francesco Hayez e conservato presso la Pinacoteca di Brera, a Milano. 

Quest’opera ci porta nella Venezia rinascimentale, a metà del ‘400, raccontando la fine del dogado di Francesco Foscari, destituito dal Consiglio dei Dieci. Al centro del dipinto, infatti, è ritratto il Doge, con le sembianze di Hayez; sulla destra si trovano i membri del Consiglio, mentre leggono la sentenza e a sinistra sono raffigurati i familiari e fedeli del Foscari. 

Eletto nel 1423, sotto la sua guida lui la Repubblica di Venezia ebbe il dogado più lungo (oltre 34 anni) e con la maggiore espansione territoriale della sua storia, riunendo sotto una sola legislazione tutto il Veneto e il Friuli. La sua reggenza fu caratterizzata da guerre,  lotte interne tra le grandi famiglie e da calamità naturali come la siccità, molte maree, la gelata della laguna che paralizzò la città per mesi, il terremoto e  la peste che uccise quattro dei suoi figli.

Fu, però, uno dei suoi figli, Jacopo, a causare la rovina del Doge. Egli, infatti, fu accusato dell’omicidio di due membri dei Dieci e condannato all’esilio; successivamente fu condannato anche al carcere perpetuo perché accusato di tramare contro Venezia. 

Da quel momento, il Doge subì una serie di attacchi del Consiglio dei Dieci, fino alla destituzione, che avvenne pochi giorni prima della sua morte. 

Questa è la vera storia del 65° doge della Repubblica di Venezia, alla quale si ispirò Byron per l’opera I due Foscari, il cui finale è rappresentato in questo dipinto di Hayez. 

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DONNE IN PILLOLE: ARTEMISIA GENTILESCHI

La storia è testimonianza del passato, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice di tempi antichi”  – Cicerone –

 

Quando ho creato questo blog avevo l’intenzione e la voglia di raccontare i libri e, attraverso di essi, anche l’arte e la storia; per questo motivo ho deciso di parlare di queste ultime anche attraverso alcune piccole rubriche settimanali.

Oggi voglio inaugurare la prima nuova rubrica storica “Donne in pillole”, nella quale vi racconterò i punti salienti della vita di alcune grandi donne del passato. 

La prima protagonista è ARTEMISIA GENITLESCHI, talentuosa pittrice seicentesca, della scuola di Caravaggio. 

Nella foto, è possibile osservare due dipinti che rappresentano le medesima scena: Giuditta, vedova ebrea, che decapita il condottiero assiro Oloferne, nel tentativo di salvare il suo popolo dalla dominazione straniera. Quello in basso è stato realizzato da Caravaggio, mentre l’altro, custodito nella Galleria degli Uffizi a Firenze, è stato creato dalla mano di Artemisia, per Cosimo II de Medici. 

Entrambe le opere sono caratterizzate da un realismo incredibile e sono magnifiche. 

Ma, mentre tutti possiamo riconoscere nel dipinto in basso la mano del Merisi, in pochi conoscono l’arte e la storia della Gentileschi. 

La pittrice romana nacque nel 1593 e fu introdotta all’arte dal padre Orazio, anch’egli pittore. 

La sua vita e la sua carriera, però, furono segnate dalla violenza di uno stupro subito all’età di 18 anni, per mano di Agostino Tassi, artista presso il quale Artemisia era stata collocata dal padre. 

In virtù del matrimonio riparatore, in vigore all’epoca, il Tassi cercò di blandire la giovane con la promessa del matrimonio. Dopo un anno, però, ella scoprì che il Tassi non avrebbe potuto onorare la promessa, perché già sposato. 

Fu così che il padre Orazio decise di denunciarlo al Papa, dando avvio al processo. 

Artemisia affrontò il processo con grande dignità e coraggio, nonostante falsi testimoni e numerose visite ginecologiche. Dovette sopportare anche la tortura, che rischiò di farle perdere le dita delle mani, ma non ritrattò mai la sua deposizione. 

Agostino Tassi venne condannato al pagamento di una pena pecuniaria e all’esilio perpetuo, anche se non si spostò mai da Roma. 

Nonostante la vittoria, l’onorabilità della giovane a Roma risultò completamente minata. 

Successivamente, si sposò con un modesto pittore e si trasferì a Firenze, dove si creò amicizie influenti come Galileo Galilei Michelangelo Buonarroti il Giovane, nipote del celebre artista rinascimentale, che la introdusse nella crème del mondo fiorentino e le procurò molte commissioni. 

Visse anche a Napoli, Genova, Venezia e Londra. 

Giuditta e Oloferne, Artemisia Gentileschi – Galleria degli Uffizi, Firenze

In “Giuditta e Oloferne”, Artemisia sembra sfogare tutta la rabbia per la violenza subita e per la misera vittoria conseguita nel processo, che si è rivelata soltanto de iure, in quanto Agostino Tassi non ha mai veramente scontato la pena dell’esilio, a causa dei suoi committenti che esigevano la sua presenza a Roma. Infatti, nonostante il soggetto del dipinto fosse abbastanza comune nel Seicento, in quello di Artemisia si può notare una particolare luce drammatica e un’energia straordinaria con la quale Giuditta compie la sua missione. 

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Giuliano e Lorenzo

Nel 1510, all’indomani della morte del maestro Sandro Botticelli, i due amici Cosma e Maso, si ritrovano a raccontare i fasti di Firenze degli ultimi trent’anni a Messer Giotto, fiorentino di nascita ma saraceno d’adozione, e all’affascinante moglie Beatrice.
I due amici entrano così in confidenza con i loro anfitrioni e raccontano la straordinaria vita di Lorenzo e Giuliano de Medici, che hanno governato la città nel periodo di assenza da Firenze di Giotto e Beatrice.
Questa è la trama di “Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici“, capolavoro nato dalla panna poetica e soave di Adriana Assini ed edito da Scrittura e Scritture.

Un modo originale, quello della storia nella storia, di raccontare la vita dei fratelli Medici, rispettando la perfetta attinenza alla realtà storica.
Un romanzo dalla narrazione raffinata e delicata, grazie ad un linguaggio aulico e forbito, che pare uscito dalle pagine di un libro antico, perfetto per quanti vogliano calarsi letteralmente nel pieno Rinascimento. Ciò nonostante, la lettura risulta chiara e intellegibile, mai appesantita dal linguaggio utilizzato.
Un’opera che, in poco più di 170 pagine, riesce a creare una vera magia… trasporta il lettore indietro nel tempo in modo così vivido da risultare reale.
Appassionante e armonioso sono gli aggettivi che meglio descrivono questa chicca dell’editoria, che rapisce il lettore trascinandolo nelle spire di un racconto che è pura poesia, tra giostre, amori e nemici dei più grandi Signori del Rinascimento.

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L’enigma dell’ultimo Templare

“Non nobis nomine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam”
L’ordine dei templari è davvero estinto?
E se fosse ancora in attività e i cavalieri fossero nascosti tra noi?

1127: i nove fondatori dell’ordine del tempio arrivano all’abbazia di Chiaravalle.
1314: Jacques de Molay e Goffray de Charnay vengono arsi sul rogo, ma prima di cedere alle fiamme, Jacques de Molay lancia una maledizione ai suoi carnefici Filippo il bello e Papa Clemente V.
1793: Luigi XVI, ultimo sovrano della dinastia capetingia viene ghigliottinato.

Giorni nostri. Gli alti vertici dell’ordine dei templari, tutt’ora in attività, sono in procinto di realizzare un’impresa che potrebbe cambiare la storia dell’umanità: fare avverare l’ultima parte della maledizione pronunciata da Jacques de Molay in punto di morte.
Il capitano dei carabinieri Giacomo Mola e l’appuntato Goffredo Chiarni devono impedire che ciò accada.
Ci riusciranno?

Questa è la trama di “L’enigma dell’ultimo Templare” di Daniele Salerno, edito da Newton Compton Editori.
Tra sante reliquie e omicidi si snoda una vicenda originale e ben congeniata che riesce a catalizzare la curiosità del lettore.
Un romanzo appassionante e avvincente che si svolge ai giorni nostri, affondando però le radici in tempi lontani.
Una narrazione scorrevole ed equilibrata mantiene vivo l’interesse del lettore che, inevitabilmente, si cala nella storia che vede protagonisti i valorosi Templari, insitllando nel lettore una serie di dubbi che trovano degna risposta nell’epilogo.
“L’enigma dell’ultimo Templare” è un thriller storico che, pur ponendo al centro della vicenda un ordine cavalleresco medievale, riesce  a sviluppare un racconto trascinante ambientato nel presente.

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La torre maledetta dei Templari

In una fervente Parigi medievale, Filippo il Bello, piange sui forzieri vuoti del suo regno.
Deve trovare un modo per rimpinguare le casse di Francia.. qualcuno conosce il modo per aiutarlo, ma i Templari e la Chiesa di Rima si oppongono.
Toccherà a Crescenzio Caetani, nipote di Papa Bonifacio VIII, scoprire il mistero che nasconde il re di Francia.
La torre maledetta dei templari” è il nuovo romanzo di Barbara Frale, edito da Newton Compton Editori.
Firenze, Parigi, Roma..
Dante Alighieri, i Templari, Filippo il bello, Bonifacio VIII, l’Agnel d’oro, alchimia…
I migliori elementi, mescolati con grande sapienza, per un romanzo storico di tutto rispetto, in cui la finzione è magistralmente avvinghiata alla realtà storica.
Una libro affascinante, dal ritmo incalzante, coinvolge totalmente il lettore dalla prima pagina. La narrazione suggestiva, avvincente e vivida, grazie alla grande cura nella descrizione dei dettagli e degli scenari, trasporta il lettore all’interno della storia. Personaggi intriganti si alternano  nell’intreccio narrativo, carico di mistero e suspense, rendendo oltremodo piacevole la lettura.
Come sempre, Barbara Frale non delude le aspettative dei lettori affezionati e cattura l’attenzione di chi si approccia alle sue opere per la prima volta, grazie alla grande competenza e alla sensazionale abilità narrativa.